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Christopher Hitchens. La posizione della missionaria – Teoria e pratica di Madre Teresa [1998]

Christopher Hitchens
Christopher Hitchens

Gli sconvolgimenti naturali, gli elementi del disordine, i prodigi e i miracoli, nonostante siano proprio i fatti più contrari a un piano di saggezza superiore, impressionano l’umanità suggerendo i più forti sentimenti religiosi. (David Hume, La religione naturale) Continua la lettura di Christopher Hitchens. La posizione della missionaria – Teoria e pratica di Madre Teresa [1998] →

Carta d’Algeri. Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli (1976)

I sei “capi storici” della lotta di Liberazione fotografati prima dell’avvio dell’insurrezione. In piedi, da sinistra verso destra: Rabah Bitat, Mostefa Ben Boulaïd, Didouche Mourad e Mohammed Boudiaf. Seduti: Krim Belkacem e Larbi Ben M’Hidi

DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI DEI POPOLI

“La Carta di Algeri”

Algeri (Algeria), 4 luglio 1976

Preambolo
Noi viviamo tempi di grandi speranze, ma anche di profonde inquietudini; tempi pieni di conflitti e contraddizioni; tempi in cui le lotte di liberazione hanno fatto insorgere i popoli del mondo contro le strutture nazionali e internazionali dell’imperialismo e sono riusciti a rovesciare i sistemi coloniali; tempi di lotte e di vittorie, in cui le nazioni, nei loro rapporti e nella loro struttura interna, si propongono nuovi ideali di giustizia; tempi in cui le risoluzioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo alla Carta dei Diritti e dei Doveri economici degli Stati, hanno delineato le ricerca di un nuovo ordine politico ed economico internazionale. Ma questi sono anche tempi di frustrazioni e di sconfitte, in cui nuove forme di imperialismo si manifestano per opprimere e sfruttare i popoli. L’imperialismo, in forza di meccanismi e di interventi perfidi e brutali, con la complicità di governi spesso da esso stesso imposti, continua a dominare una parte del mondo. Attraverso l’intervento diretto o indiretto, utilizzando le società multinazionali, appoggiandosi sulla corruzione delle polizie locali, prestando il suo aiuto a regimi militari fondati sulla repressione poliziesca, la tortura e la distruzione fisica dei suoi avversari, servendosi di tutte le strutture e attività alle quali è stato dato il nome di neo-colonialismo, l’imperialismo estende il suo controllo su molti popoli. Coscienti di interpretare le aspirazioni della nostra epoca, ci siamo riuniti ad Algeri per proclamare che tutti i popoli del mondo hanno pari diritto alla libertà: il diritto di liberarsi da qualsiasi ingerenza straniera e di darsi il governo da essi stessi scelto, il diritto di lottare per la loro liberazione, nel caso fossero in condizioni di dipendenza, il diritto di essere assistiti nella loro lotta dagli altri popoli. Convinti che il rispetto effettivo dei diritti dell’uomo implica il rispetto dei diritti dei popoli, abbiamo adottato la Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli. Che tutti coloro che nel mondo conducono, a volte con le armi in pugno, la grande lotta per la libertà di tutti i popoli trovino in questa dichiarazione la conferma della legittimità delle loro lotte.
SEZIONE I: Diritto all’esistenza
Articolo 1
Ogni popolo ha diritto all’esistenza.

Articolo 2
Ogni popolo ha diritto al rispetto della propria identità nazionale e culturale.

Articolo 3
Ogni popolo ha il diritto di conservare pacificamente il proprio territorio e di ritornarvi in caso di espulsione.

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A. Jacob. Tutto ciò che è costruito dalla forza e dall’astuzia, l’astuzia e la forza possono demolirlo (1903)

jacobAlexandre Marius Jacob (Marsiglia, 29 settembre 1879 – Bois Saint-Denis, Indre, Francia, 28 agosto 1954) Continua la lettura di A. Jacob. Tutto ciò che è costruito dalla forza e dall’astuzia, l’astuzia e la forza possono demolirlo (1903) →

J. Déjacque. “De l’être-humain mâle et femelle” – Lettre à P.J. Proudhon (1857)

déjacque“Écrivain fouetteur de femmes, serf de l’homme absolu, Proudhon-Haynau qui avez pour knout la parole, comme le bourreau croate, vous semblez jouir de toutes les lubricités de la convoitise à déshabiller vos belles victimes sur le papier du supplice et à les flageller de vos invectives. Anarchiste juste milieu, libéral et non Libertaire, vous voulez le libre échange pour le coton et la chandelle, et vous préconisez des systèmes protecteurs de l’homme contre la femme, dans la circulation des passions humaines ; vous criez contre les hauts barons du capital, et vous voulez réédifier la haute baronnie du mâle sur la vassale femelle ; logicien à bésicles, vous voyez l’homme par la lunette qui grossit les objets, et la femme par le verre qui les diminue ; penseur affligé de myopie, vous ne savez distinguer que ce qui vous éborgne dans le présent ou dans le passé, et vous ne pouvez rien découvrir de ce qui est à hauteur et à distance, ce qui perspective de l’avenir : vous êtes un infirme!”

Joseph Déjacque. “De l’être-humain mâle et femelle” – Lettre à P.J. Proudhon (1857)

“Scrittore violentatore di donne, assoluto servo del maschio, Proudhon-Haynau, che ha potuto frustar col knout  la parola, come il carnefice croato, lei sembra godere di tutti le lubricazioni della lussuria a spogliare le vostre belle vittime sulla carta della tortura e di fustigarle con le invettive. Anarchico centrista, liberale e non libertario, desiderate il libero scambio tra il cotone e la candela, e raccomandate sistemi di protezione del maschio contro le donne nello smuoversi delle passioni umane; strillate contro gli alti baroni del capitale, e volete ricostruire l’alta baronia maschile sulle donne vassalle; logico da monocolo vedete l’uomo con l’occhiale che ingrandisce gli oggetti, e la donna con quello che li diminuisce; pensatore afflitto da miopia, non sapete distinguere che ciò che vi mutila nel presente o nel passato, e non potete valutare qual è l’altezza e la distanza, e che cosa prospetta l’avvenire: siete un malato!”

Occupazione militare. L’inconveniente di Gheser e gli Amx difettosi (di Infausti*)

foto di Infausti.

Tutti noi ricordiamo l’incidente aereo avvenuto il 20 ottobre del 2005 nelle campagne attorno alla base, precisamente a Decimoputzu, quando un cacciabombardiere Amx si schiantò in un campo di carciofi. Pochi sanno, invece, del gravissimo fatto successo solo pochi giorni prima nei cieli decimesi. Il sottotenente Vigilio Gheser, decollato per primo dalla base di Decimomannu, sempre su un Amx (noto come “Bara Volante”), dopo appena una trentina di secondi ed in piena fase di accelerazione avvertì un forte calo di spinta del propulsore, accompagnato da una sensibile fluttuazione e successivo calo di giri. Ecco le parole del pilota: «La prima ipotesi che si prende in considerazione in questi casi, di solito, è quella di sganciare i carichi esterni: in questo caso si trattava di serbatoi pieni di combustibile. Visto che sotto c’erano delle case ho deciso di non sganciarli. Se lo avessi fatto avrei avuto una possibilità in più di arrivare all’atterraggio. Alla fine sono riuscito ad arrivare all’aeroporto dal quale ero decollato e con spinta del motore quasi a zero ho abbassato i carrelli. Così sono riuscito ad atterrare senza altri “inconvenienti”». E ancora: «Non c’è tempo di avere paura. In quel momento ero molto concentrato e non ho pensato: se va male, va male veramente». Si è venuti a conoscenza di questo fatto solamente nei primi giorni di gennaio del 2008, quando il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano insignì della medaglia di bronzo al valore aeronautico il tenente Vigilio Gheser. Ovviamente il merito di Gheser fu quello di aver evitato il terribile incidente. Questa incresciosa vicenda rappresenta benissimo il rapporto che da sessant’anni intercorre tra la popolazione di Decimomannu e le attività della base aeronautica militare. Decenni di terrore per i cittadini che vedono ogni giorno messa in pericolo la propria incolumità (i dati ufficiali parlano di un centinaio di incidenti dal 1956 ad oggi) e la condizione di essere messi all’oscuro su ciò che accade sopra le loro teste. Ci vengono i brividi a sentir classificare come “inconveniente” il rischio che un aereo possa cadere sulle nostre case. Ci fa capire il peso del nostro ruolo, in questo teatrino di guerra chiamato Sardegna.

 * Infausti – Collettivo Antimilitarista

NO-TAV. “Le scarpe dei suicidi – Sole Silvano Baleno e gli altri” (di Tobia Imperato)

sole baleno

La repressione NO-TAV negli anni ’90. TAV_Le_scarpe_dei_suicidi di Tobia Imperato (Autoproduzioni Fenix – Torino) – No Copyright. Questo testo non è sottoposto ad alcun copyright. Chiunque è libero di fotocopiarlo o riprodurlo, in parte o totalmente. Autoproduzione Fenix! – Torino 2003

“Quella che segue è una storia di parte, scritta dal di dentro, da uno che ha seguito giorno per giorno il susseguirsi degli eventi senza timore di lasciarsi coinvolgere. Non ho la pretesa – come i giornalisti servi – di essere obiettivo, ma solo quella di dire la verità, la nostra verità, su tutto quello che è successo a Torino dal marzo ‘98 in avanti […]” (Tobia Imperato).

23 di làmpata: “La màgica e alcàna notti di Santu Ghjuanni” (di Quirina Ruiu*)

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Rione San Giuseppe. Fochi di Santu Ghjuanni 2014 (Foto: Davide Cioncia)

La festa di Santu Ghjuanni Battista era ed è ancòra ogghj in celti zoni una di li più intarissanti e sintuti pa li sò riti e cirimùniali chi unìani lu sacru a lu pruffànu, la maìa a la religioni. In Gaddhùra, cussì come in tutta la Saldigna, chista festa tulbà abbhèddhu l’animi di li passoni rindendili ansiosi e timurosi. Cumbinà cu lu solstizio di lu stiu, cu lu cumenciu di una stagjoni nόa, a mitai di lu mesi di lampata (giugno). Lu triunfu di la lùci dìa esse cilibratu cun riti a l’aria abbalta. Era chissu lu mumentu di ricurrì a riti màgici pà garantì la rinàscita di la ‘ita. Lu 23 di lampata, alla vigghjlia di la festa, s’accindiani illi piazzali di li paesi fochi manni fatti cun muntoni d’albi odόrosi sicchi.

Lu focu era lu sìmbulu di la libbarazioni da dugna malu e silvìa a l’animi pa pulgassi. In chista notti speciali, masci e femini, tinendisi pa manu brincàni lu focu a lu gridu di “Cumpari e Cummari”. Si lìani cu un pattu simbόlicu chi era folti come la sanghinitài e ancora di più e li ubricagghja a dόveri di rispettu e amicizia pa tutta la ‘ita. Li gaddhùresi chi stagghjani illi custéri facìani lu bagnu in mari primma chi si ‘ussia pisàtu lu sόli e s’andagghja a piddhà l’ea màgica a li funtani sempri primma di fa sόli palchì si pinsaìa chi l’ea fussìa stata miraculόsa. Sempri alla vigghjlia, li femini facìani riti pà aè sintόri si si sarìani cuìuati entru l’annu e si lu sposu ‘ussìa statu riccu o pòaru. Andagghjani in campagna a signà li pianti di tarabbucciu (asfodelo) cun fiucchitti culurati, facìani un nodu e dugnuna esprimìa lu sò disicìu avvocchendisi a li folzi cilesti a nommu di Santu Ghjuanni. La dì infattu, ansiόsi, turrani a controllà li pianti e a ligghivi la solti.

Si ‘ussini agattatu illa pianta una frummìcula, lu sposu sarìa statu un capragghju, si ‘ussìni agattatu un mangoni, sarìa statu un vaccàgghju, sinnò vi ‘ussìa statu nuddha, lu sposu sarìa statu un pòareddhu. Un altu ritu pratticatu da li femini gaddhùresi era chissu d’accapità lu fiόri di la caldìccia chi vinìa brusgjatu e postu in una tazza d’ea lacàta tutta la notti fora illu davanzali; si la matina ‘ussìa rimpuddatu era signu di bona fultuna illu cuìuà. Cà in chista notti ‘ussia ‘istu la sò spera chena capu ill’ea di calche puzzoni, no ci arìa bucatu l’annu.

Un altu còmpitu di li femini era andà pa li campi a accapità l’albi mèdichi palchì, in occasioni di la suzzietà tra lu sόli e la luna, era cridenzìa chi lu lintori di la notti ‘ussìa criscìutu lu sò poteri di curà li malatii. L’alba ruda (ruta) era la più cilcàta tra chissi miraculόsi, subrattuttu pà lu sò pudèri di tinè alloga li dimòni e la rèula (la prucissioni di l’animi pinitenti) chi era assai timuta palchì cà l’arìa intuppata sarìa moltu entru l’annu. La ruda era tinuta come una punga da pultà sempri indosso pà no aè di chisti assucconi. Era puru cilcàta la spica aresta (lavanda) pà lu sò proffumu e vinìa trattata da li femini pà dà odόri beddhu alla biancheria. Cu l’albi si curà puru lu mali di l’animu (depressione). La festa di Santu Ghjuanni aìa puru un valori sociali palchì era un mumentu d’unioni tra la cumunitài; era puru impultanti pà li pastori massài palchì a lampata finìa l’annu agràriu; si chjudiani li cuntratti ‘ecchi di mezapparu e s’ abbriani li nόi.

Di chisti riti e cridènzi, chi in passatu erani sintuti in mόdu particulàri in Gaddhùra e illa Cossica undi Santu Ghjuanni è assai onoratu, ogghj, lu più sό andati palduti, ma la maìa e lu mistéru di chista notti è sempri ‘ìa ill’ammenti di cà l’ha ‘issuti e sò intrati a fa palti di una tradizioni, chi pal cantu siani stati sminuiti da la scenzia, sό mala a sminticà proppriu palchì facìani sunnìa l’animu di la ghjenti e lu tinìani allegru.

* Pubblicato originariamente in Sardegna Soprattutto l’11 giugno 2014 – http://www.sardegnasoprattutto.com/archives/3334

“Aquì estamos, mi general, aquì seguimos” (Marcos a Emiliano Zapata – 10/04/1997)

Sub_Comandante_Marcos1_1Aquí estamos mi general, aquí estamos porque estos gobiernos siguen sin memoria para los indigenas y porque los ricos hecendados, con otra nombres, siguen despojando la sus tierras a los campesinos.

Como entonces pasó, ahora los goviernos buscan leyes para legitimar el robo de las tierras. Como entonces, los que se niegan a aceptar las injusticias son perseguidos, encarcelados, muertos.

Pero como entonces, mi general, hay hombres y mujeres cabales que no estan callados, chi luchan para no dejarse, se organizan para exigir tierra y libertad. Por eso le escribo a usted, Don Emiliano, para que sepa usted que aquí estamos y aquí seguimos.

Le ragioni della lotta di liberazione nazionale e sociale in Sardegna (di Scida)

Infografica "Stati in gestazione?" - di Limes - tratto da dossier "L'impero è Londra"
Infografica “Stati in gestazione?” – di Limes – tratto da “Scots and the City”

Le ragioni della lotta di liberazione nazionale e sociale in Sardegna

Nazionalismo, autodeterminazione, anticolonialismo. Questi sono tre concetti fondamentali per comprendere le nostre ragioni, per quanto siano stati spesso visti come inappropriati in riferimento alla realtà sarda. Parliamo di nazionalismo rivoluzionario, di liberazione, la cui nascita è situata dagli storici nella Rivoluzione Francese. In questa occasione il concetto di “nazione” fu- per la prima volta- interpretato in senso rivoluzionario: non più come un mero corpo di cittadini nati su un territorio determinato ma anche come un potere costituente- ora oppresso- rivendicante un diritto naturale alla sovranità contro gli oppressori, contro i privilegiati.

La Sardegna è una entità. Siamo un popolo che vive in un determinato territorio ed ha le sue particolari caratteristiche, innanzitutto per quanto concerne la lingua e la storia. Come tale ha diritto all’autodeterminazione: la sovranità nella nostra terra deve passare unicamente attraverso le scelte del nostro popolo, senza i vincoli di un potere ad esso straniero. Ciò non va interpretato come una chiusura nei confronti del resto dell’umanità; tuttavia, solo quando saremo liberi potremo decidere liberamente a quali federazioni aderire- su basi democratiche.

Dopo la rivoluzione francese, il nazionalismo conosce anche la sua declinazione in senso reazionario. Tuttavia, con la Rivoluzione d’Ottobre (1917) si aprirà una nuova fase per le lotte di liberazione nazionale; infatti, la rivoluzione socialista, grazie anche al pensiero di Lenin sull’imperialismo, rappresenterà un faro per tutti i movimenti anticoloniali. Questi assumeranno un ruolo nella lotta contro il capitalismo, ponendosi in netto contrasto con il nazionalismo etnicista, tradizionalista, conservatore e borghese degli Stati oppressori.

Nel XX secolo il pensiero progressista ha analizzato particolarmente il problema dell’imperialismo, del colonialismo vecchio e nuovo, elaborando teorie come quella detta “della Dipendenza” o la teoria dei sistemi-mondo capitalisti. Queste ci hanno mostrato come i rapporti di dominazione tra un centro capitalista e le periferie possa persistere anche una volta che, queste ultime, hanno costruito delle istituzioni proprie formalmente indipendenti (Sudamerica). Inoltre, a differenza di chi ci ha preceduto, possiamo vedere decenni di storia di nuovi Stati nati dalla lotta anticolonialista. Così tutti i movimenti per la liberazione nazionale sono obbligati a chiedersi: si può porre solo il problema della mera costruzione dello Stato? Oppure l’indipendentismo è da intendersi come un processo di emancipazione reale?

In questo modo, al problema della sovranità si aggiunge quello economico. La lotta nazionale è anche lotta per l’emancipazione sociale.

In sintesi: problema istituzionale (sovranità popolare) più problema economico (lotta alla dipendenza). Dalla sudditanza e dallo sfruttamento oggettivo della Sardegna- la sua condizione di terra sfruttata per interessi altrui, in particolare dello Stato italiano- nascono le ragioni di un movimento di liberazione nazionale anche nella nostra isola.

Storia della Sardegna e pensiero sardista dalla Sarda Rivoluzione ad oggi

Il clima preparatore per la Sarda Rivoluzione (1794-96) è sorto nella seconda metà del secolo XVIII, con la crisi del sistema feudale e le riforme sabaude del Ministro Bogino- in particolare la ristrutturazione delle Università. Da queste venne fuori una intera generazione, in particolare di giuristi, aperta a nuove idee, più sensibile alla realtà dell’isola e consapevole del ruolo che la borghesia sarda avrebbe potuto ricoprire se avesse avuto accesso alle più alte cariche pubbliche del Regno nell’isola. L’invasione francese (1793) fu l’evento che scatenò l’emersione di queste energie nuove: i sardi difesero l’isola senza l’aiuto esterno e sotto un vicerè del tutto incapace di far fronte alla situazione. Ciò spinse la borghesia cagliaritana- tramite gli Stamenti- alla formulazione delle sue 5 domande a Torino; l’ostilità nel non volere rispondere ad esse e la crescita di un ambiente politico sempre più vivace attorno agli Stamenti ed al movimento riformatore a Cagliari, culminò nella “emozione popolare” del 28 aprile 1794, quando- dopo il tentativo di arrestare due uomini influenti negli Stamenti, al fine di reprimere quest’ultimo, espressione della rinnovata volontà autonomistica- i cagliaritani- con un grande atto di protagonismo popolare- insorsero contro i piemontesi, espellendoli infine dall’isola.

Sarda Rivoluzione come rivoluzione nazionale mancata (1795-96)

La rivendicazione nazionale borghese (l’accesso alle cariche del Regno di nazionali sardi; difesa delle prerogative autonomiste contro l’assolutismo della Corona) si unisce alla lotta dei contadini contro il feudalesimo. A differenza delle precedenti rivolte a carattere nazionale antelitteram- l’epopea arborense contro gli aragonesi (1354-1409); la rivolta di Leonardo Alagon (1470-1478); la crisi Camarassa (1665-1668) – la Sarda Rivoluzione, in linea con la storia europea, assume una dimensione di massa. L’inno “Su patriotu sardu a sos feudatarios” di Mannu (1795) è una grande testimonianza di questo fatto rivoluzionario che possiamo assumere come atto di nascita della nazione sarda e del nazionalismo sardo.

Nel 1796, con il tradimento della borghesia, avvenne l’aborto della rivoluzione nazionale sarda. La borghesia isolana era troppo debole per potersi mettere, con determinazione, alla testa di un movimento emancipativo; così, la prospettiva di unire le proprie rivendicazioni con il moto nelle campagne finì per intimorirli e per spingerli a rafforzare i legami con la Corona, al fine di salvaguardare ed ampliare i propri privilegi in una dimensione non-conflittuale. Inizia il processo verso la Fusione Perfetta (1848) ed il ruolo definitivamente subalterno della classe dirigente sarda, debole e priva di ambizioni, che vede nel Piemonte prima e nello Stato italiano unitario poi, il massimo protettore dei propri interessi.

Con l’arrivo della corte sabauda in Sardegna, nel 1799, a causa dell’invasione napoleonica e con Carlo Felice viceré si rafforza il legame- il matrimonio di interesse- tra Corona e classe dirigente isolana. Questa sarà funzionale allo Stato italiano come raccordo tra l’oppressore centrale ed il popolo sardo oppresso. La borghesia sarda si è rivelata incapace di avere un ruolo autonomo rispetto a quella italiana. Ne consegue che è impossibile comprendere l’oppressione sociale sarda se non entro l’oppressione nazionale; di conseguenza, è impossibile risolvere la prima senza la seconda.

Ottocento

Si assiste ad un grande interesse per la storia della Sardegna, tanto che possiamo affermare che in questo secolo gli intellettuali hanno inventato la Nazione sarda ma, allo stesso tempo, anche l’italianità della Sardegna. Gli storici sardi – Manno, Spano, Martini, Siotto Pintor- in modo paradossale ma interpretando le ragioni della borghesia sarda, da un lato danno fondamento storico alla Sardegna come nazione e dall’altro la inseriscono entro l’italianità. Fatto del tutto nuovo, dato che si è sempre pensato all’isola come a qualcosa d’altro rispetto al continente.

Nel 1847 avviene la Fusione perfetta tra l’isola ed il Piemonte. A questa segue il prepotente avvento del capitalismo: risoluzione reazionaria del conflitto nelle campagne. L’abolizione del feudalesimo (dal 1832) si realizzò contro gli interessi di contadini e pastori, come testimoniano provvedimenti come l’editto delle chiudende e l’abolizione degli ademprivi. La trasformazione economica renderà il secolo XVIII un periodo di duro scontro di classe tra il popolo e la sua classe dirigente legata allo Stato centrale, subalterna al Capitale italiano.

Sul “fallimento” della Fusione e le sue conseguenze oggettivamente nefaste si interrogano diversi intellettuali sardi, che- con la borghesia- avevano creduto in essa come ad una fonte di progresso e modernità per il popolo sardo, dando vita al pensiero federalista (Tuveri, Asproni).

Piuttosto significativa è la rivolta di “su connotu” nel 1868, a Nuoro. Espressione di una classe subalterna priva di coscienza di sé, senza la formazione di un partito che possa fare i suoi interessi e quindi dotata della sola arma della Tradizione, contro una classe dirigente unita e compatta in favore dell’Italia e del capitale straniero. Questo era penetrato particolarmente nelle miniere tramite società inglesi, francesi, belghe e genovesi.

Nell’ultimo quarto di questo secolo assistiamo all’invasione dei caseari italiani, i quali provocarono l’ampliamento dell’ovino per soddisfare la domanda di pecorino romano per gli emigrati italiani in America. Inoltre, la guerra doganale Italia-Francia, causata dalla nuova politica protezionista del governo italiano della Sinistra Storica- danneggia in particolar modo i produttori sardi; la manifestazione palese degli opposti interessi economici tra l’Italia e la Sardegna porta- specie nel primo Novecento- alle elaborazioni che si riveleranno culturalmente importanti per il futuro sardismo (Attilio Deffenu)

Dal Novecento ai primi anni 2000

Il massiccio impegno bellico dei sardi durante la Grande Guerra (13000 morti e formazione di due reggimenti a base etnica sarda) ebbe degli effetti analoghi a quelli dell’invasione francese del 1793. La coscienza di sé porta alla rivendicazione dei diritti “nazionali” contro il centralismo, per l’autonomia sarda. Dal movimento degli ex combattenti, tra il 1919 ed il 1921, nacque il Partito Sardo d’Azione, primo partito sardocentrico di massa, a base contadina e non per gli interessi degli agrari troppo deboli. Questa è la grande differenza tra la Sardegna ed il Mezzogiorno d’Italia più la Sicilia, evidenziata da Gramsci. La proposta sardista è l’autonomia sarda in una Repubblica federale italiana oltre che la formazione di cooperative tra pastori e contadini.

Dal 1923 al 1926 il PsdAz è emerso come principale formazione antifascista nell’isola. L’ascesa del fascismo stronca il processo sardista.

Dopo l’Autonomia Regionale seguita alla fine del secondo conflitto mondiale ed alla nascita della Repubblica italiana, inizia l’era dei Piani di Rinascita. Questi sono stati, di fatto, l’ennesimo progetto economico in favore dello sfruttamento della Sardegna ad opera del capitalismo italiano. L’aumento del reddito dei sardi non fu accompagnato dall’aumento della capacità produttiva; perciò l’isola divenne un mercato di sbocco per i prodotti del Nord Italia. Mentre fu creato un terreno favorevole all’invasione di capitali stranieri, la Sardegna- come ha rivelato una recente analisi pubblicata sul Sole 24 Ore- è ancora oggi la regione dello Stato italiano ove fare impresa è più difficile.

Ridimensionato il ruolo dell’agricoltura ed in presenza di una debole borghesia manifatturiera, emerge il ruolo della classe politica – dell’apparato politico amministrativo della RAS- come nuova “classe egemone”, vero e proprio protagonista della trasformazione sociale in atto, grazie al suo potere nel dirottamento dei fondi pubblici per lo sviluppo dell’isola. Ciò ha creato il forte legame tra gli agenti economici isolani ed i partiti italiani oltre che la forte dipendenza dallo Stato, ampliata dalla distruzione del tessuto socio-economico sardo con la creazione dei poli industriali e la centralità della petrolchimica. Inoltre, con la crisi petrolifera (1973-79) il capitalismo di Stato italiano (ENI) assunse un ruolo molto rilevante nell’economia sarda.

Le riflessioni sul “fallimento” della Rinascita e le sue conseguenze nefaste, il disincanto nei confronti dell’autonomia regionale, la critica nei confronti della Sinistra italiana (PCI) e dell’azione politica della dirigenza del PsdAz, portò alla nascita del pensiero neosardista e di movimenti politici esplicitamente indipendentisti ed anticolonialisti, ricollegandosi al movimento anticoloniale ed anti-imperialista nel Terzo Mondo: Antonio Simon Mossa (tra sardismo e neosardismo, paragonabile a Connolly e Krutwig, oscillante tra appartenenza al PsdAz e formazione di movimenti in dissidenza come MIRSA); Su Populu Sardu (marxista, indipendentista, propugnante uno Stato socialista sardo).

La crescita di una sensibilità sardista fu catalizzata dal Partito Sardo d’Azione durante le elezioni 1984, che portarono al governo regionale di Mario Melis in coalizione con i comunisti italiani. Tuttavia questo partito si rivelò incapace di gestire il “vento” in suo favore.

Nella prima metà degli anni ’90 si creò un nuovo contesto politico: fine della guerra fredda, crisi degli storici partiti unionisti, crisi del capitalismo di Stato italiano; processo europeista (nascita di nuovi stati indipendenti). Si crea uno spazio per una crescita della coscienza nazionale sarda, perché i messaggi indipendentisti possano concorrere con quelli dei partiti italiani, ormai slegati dalla propria forza ideologica e privi di organizzazione massiva. Crescono nuovi movimenti post-ideologici che raccolgono gli individui più consapevoli, tuttavia non tradottasi nella creazione di un movimento nazionale di massa (SN, iRS, ProgReS). A fianco di questi ultimi anche il movimento indipendentista aMpI, che si distingue per la sua ideologia marxista. Il fallimento del capitalismo di Stato ha portato all’irruzione delle multinazionali, verso cui la Regione Autonoma ha un ruolo del tutto passivo. Inoltre, il tentativo di creare un ambiente favorevole alla nuova economia ICT (Video On Line, Tiscali, Sardegna Ricerche) non ha dato i risultati sperati, non riuscendo a rompere interessi consolidati. Il fallimento del capitalismo di Stato ha portato all’irruzione delle multinazionali, verso cui la Regione Autonoma ha un ruolo del tutto passivo.

Oggi

Il disagio sociale, sebbene non direttamente indipendentista, si esprime attraverso lotte sardocentriche e rivendicazioni contro il centralismo: contro la speculazione energetica e la sottrazione delle terre; contro l’occupazione militare; referendum sulle scorie e sul nucleare; agenzia sarda delle entrate; protezione ed uso pubblico della lingua sarda.

L’ascesa della coscienza nazionale ed il credito acquistato da proposte indipendentiste negli ultimi venti anni, manifestatosi anche elettoralmente come mai accaduto nel passato (Sa Mesa de sos Sardos liberos 1996; iRS provinciali 2010; Sardegna Possibile 2014) ha portato al tentativo, da parte dei partiti unionisti, di bloccare il progetto, cercando di dipingersi come più sardisti. Il cosiddetto “sovranismo”- la collaborazione di una parte del movimento indipendentista con il centrosinistra italiano- è una manifestazione di questo tentativo di riorganizzare l’oppressione nazionale. Ciò potrebbe portare anche all’approvazione di provvedimenti positivi (esempio la legge salvacoste di Soru o, in futuro, la stessa Agenzia Sarda delle Entrate) ma non inquadrate in un progetto emancipativo ma solo al fine di bloccare un processo che potrebbe estendersi fino a minacciare la classe dirigente attuale. Un movimento nazionale di massa serve anche perché delle “conquiste” possano rimanere in piedi ed essere inserite in un progetto emancipativo. Basti pensare allo Stato sociale, concesso grazie alla forza dei Partiti comunisti e del movimento operaio, oggi in smantellamento in assenza di forti partiti a difesa degli interessi popolari).

La persistenza del colonialismo è ben testimoniata dall’esistenza di due nuovi progetti come Matrica (ENI Novamont) a Porto Torres o della centrale a biomasse nel Sulcis, ad opera della Mossi & Ghisolfi. Mentre la Sardegna importa la maggior parte dei cereali che consuma, migliaia di ettari vengono sacrificati in nome di interessi altrui.

Prospettive attuali per la lotta di liberazione nazionale e sociale sarda

Nodo cruciale: trasformazione dell’indipendentismo da movimento di individui a movimento di massa. (Esempio bolivariano).

Necessità di un forte Movimento di Liberazione Nazionale Sardo: blocco storico degli oppressi sardi- i direttamente danneggiati dalla dipendenza economica- contro il blocco unito dagli interessi in comune con lo Stato italiano. La Sinistra unionista- l’idea di una unione ncessaria del popolo sardo con il proletariato italiano- ha storicamente fallito nel suo progetto di emancipazione, ostacolando la formazione di coscienza nazionale e la creazione di un forte partito sardo di massa, risultando funzionale allo Stato, togliendo al popolo sardo la fiducia in se stesso, levandogli di dosso l’idea che la propria liberazione possa dipendere da esso solamente e non da una forza esterna alla sua volontà. La debolezza della Sinistra italiana ed il ruolo reazionario della borghesia sarda sono delle opportunità in più per una prospettiva di lotta popolare coerente in Sardegna (esempio basco e catalano: movimenti sinistra nazionalista crescono sul tracollo della sinistra spagnola, dal collaborazionismo del PCE per la “transizione democratica” in avanti).

La questione culturale è una importante arma contro l’apparato ideologico di Stato, per distruggere la coscienza soggettiva italianista ovvero l’egemonia culturale dello Stato italiano. La promozione dell’uso della lingua sarda in ogni ambito e la costruzione di un sistema educativo sardo sono i due punti più importanti.

Indipendentismo è Internazionalismo: la lotta di liberazione sarda non è in contraddizione con la lotta degli oppressi di tutto il mondo; solo gli oppressori- e i reazionari- hanno interesse a cnteporle. Dobbiamo costruire la Sardegna libera nel XXI secolo: la lotta nella nostra isola è legata con quelle emancipative in tutto il mondo, per l’indipendenza e la giustizia sociale: contro il neoliberismo, per l’ambiente, la giustizia sociale e la democrazia economica.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

– Girolamo Sotgiu, “Storia della Sardegna sabauda”, Laterza (1984)
– Girolamo Sotgiu, “Storia della Sardegna dopo l’Unità”, Laterza (1986)
– Girolamo Sotgiu, “Storia della Sardegna dalla Grande Guerra al fascismo”, Laterza (1990)
– Girolamo Sotgiu, “Storia della Sardegna durante il fascismo”, Laterza (1995)
– Aldo Accardo, “La nascita del mito della nazione sarda: storiografia e politica nella Sardegna del primo Ottocento”, AM&D (1996)
– Aldo Accardo e Nicola Gabriele, “Scegliere la patria: classi dirigenti e risorgimento in Sardegna”, Donzelli (2011)
– Pietro Maurandi, “L’avventura economica di un cinquantennio” in “L’isola della Rinascita: cinquant’anni di autonomia della Regione Sardegna” a cura di Aldo Accardo, Laterza (1998)
– Francesco Floris, “Feudi e feudatari in Sardegna”, Edizioni della Torre (1996)
– Gianni Fresu, “La prima bardana: modernizzazione e conflitto nella Sardegna dell’Ottocento”, CUEC (2011)
– Francesco Ignazio Mannu, “Su patriota sardu a sos feudatarios”, a cura di Luciano Carta, CUEC (2002

http://scida.altervista.org/le-ragioni-della-lotta-di-liberazione-nazionale-e-sociale-in-sardegna/

Brasile. I Gorilas, Marighella e il “Piccolo manuale di guerriglia urbana” (1969)

Carlos Marighella
Carlos Marighella

Carlos Marighella [Salvador, 5 dicembre 1911;  São Paulo, 4 novembre 1969] dirigente di Açao Libertadora Nacional (ALN)- Azione di Liberazione Nazionale. Autore de “Piccolo Manuale di guerriglia urbana” (1969); nello stesso anno, alle 8 di sera nell’Alameda Rio Branco, cade vittima di un’imboscata della polizia militare, il DOPS – Dipartimento dell’ordine politico e sociale –  al comando di Sergio Fleury. Meno di una settimana prima, il 30 ottobre 1969, il generale Emílio Garrastazu Médici diveniva presidente con la terza giunta militare del ventennale dei  gorilas, apice repressivo di un periodo storico iniziato formalmente tra il 31 marzo e il 1° aprile del 1964 su impulso dell’allora presidente USA, Lyndon Johnson. Il 15 aprile dello stesso anno il maresciallo Humberto de Alencar Castelo Branco divenne presidente del Brasile.

http://www.bibliotecamarxista.org/marighella/opuscolo-marighella-2.pdf