Tempio, la Bottega del Mondo: una generazione di etica e solidarietà

Tempio, la Bottega del Mondo: una generazione di etica e solidarietà

Una generazione di etica e solidarietà. Da quasi vent’anni, infatti, la Bottega del Mondo di Tempio Pausania è caratterizzata per le attività di commercio equo e solidale con prodotti provenienti, in particolare, dal Sud del Mondo. Un commercio improntato alla ricerca della sostenibilità sotto diversi aspetti. Dal rapporto uomo-ambiente a quello tra produzione e commercio, il tutto all’interno di un quadro di rapporti civili e pacifici tra le popolazioni del Nord e Sud dell’umanità. Quest’ultimo legame è richiamato anche nella stessa denominazione dell’Associazione Nord-Sud che opera nella Bottega a titolo di esclusivo volontariato.

Le volontarie e volontari – che negli anni hanno partecipato spesso ad iniziative contro la guerra – dopo la aver operato per lungo tempo nella sede storica di Via Settembrini, gestiscono da alcuni anni l’accogliente angolo solidale di Via Piave. Nella Bottega si può trovare una vasta gamma di prodotti. Dagli alimentari – con il cous-cous palestinese o il caffè messicano per fare alcuni esempi – ai libri su temi quali agricoltura biologica e fairetrade passando per il piccolo artigianato proveniente da Africa, Asia e America Latina.

La Bottega del Mondo è aperta al pubblico da lunedì al sabato, dalle ore 10 alle 12 e dalle 17:30 alle 19. Per informazioni il numero di riferimento è 333-4283503.

Crisi COVID-19, La realtà che ci circonda: l’appello di artisti e intellettuali sardi

Il seguente appello è promosso da operatori della cultura e intellettuali sardi e diffuso primariamente dal sito Indielibri

LA REALTÀ CHE CI CIRCONDA

Gli artisti sardi, e in generale tutto il mondo della cultura in Sardegna, hanno risposto alla crisi sanitaria in maniera molto generosa, mettendo spesso a disposizione gratuitamente le loro opere, prestandosi a partecipare a eventi culturali online a titolo gratuito per rendere meno pesante gli effetti del distanziamento fisico che, in tutto e per tutto, rischia di compromettere il nostro modo di vivere la socialità e il nostro modo di usufruire della cultura.

Oggi tutto il mondo della cultura rischia di subire un contraccolpo mortale per via delle misure governative che impediscono qualsiasi tipo di assembramento. È soprattutto la cultura indipendente, quella che si muove dal basso e senza nessuna forma di sostentamento a subirne le maggiori conseguenze. Sono tutti coloro ai quali il lockdown ha già ridotto o annullato la capacità di reddito e a cui il futuro non promette alcuna garanzia di sopravvivenza dignitosa.

In balia della curva del contagio, che può prevedere nuove e urgenti misure di confinamento alternate a deboli e confuse riaperture , la sorte del settore culturale si presenta assolutamente incerta. Una condizione per cui già si prospettano soluzioni classiste ed elitarie con riduzione del pubblico e un aumento dei costi degli spettacoli. La cultura diventerebbe così appannaggio delle classi più abbienti, mentre il popolo potrà fruirne solo attraverso i monitor di pc e smartphone, perdendo così il contatto umano e la relazione che invece questa promuove, in ogni sua forma. A quel punto il distanziamento sociale sarebbe compiuto, in barba a un più razionale e democratico distanziamento fisico rispondente a una emergenza limitata nel tempo.

L’APPELLO AL REDDITO DI DIGNITÀ

In Sardegna, il mondo dello cultura indipendente, conscio delle difficoltà che incombono sul futuro, rivolge alla società un appello affinché venga garantita la sopravvivenza di ogni forma di espressione artistica, la libera circolazione e fruizione della cultura e della creatività per tutti e tutte.


Chiediamo alla politica un impegno concreto. La garanzia di un reddito mensile di dignità per un valore minimo superiore alla soglia di povertà. Un reddito minimo garantito a chiunque ne abbia bisogno, non solo agli operatori della cultura ma a tutte le persone le cui condizioni di vita non siano sostenibili individualmente. Un reddito minimo di dignità non vincolato dunque al nucleo famigliare o allo svolgimento di un lavoro che non garantisce l’autosufficienza economica ma stabilito su base individuale, a garanzia di vita una dignitosa.

I provvedimenti esistenti costituiscono un sostegno al reddito durante il lockdown, ma non offrono risposte sufficienti a coloro che già prima dell’emergenza sanitaria si trovavano in situazioni lavorative precarie, atipiche o informali, cioè a coloro che maggiormente subiranno gli effetti dell’incipiente crisi economica.

Siamo consapevoli del rischi che la nuova normalità potrà essere ben peggiore della vecchia se non forniremo a tutte le persone uno strumento in grado di fronteggiare l’aumento dei livelli di disoccupazione e di precarietà che si prospettano ed è per questo che chiediamo subito un reddito di dignità. Un reddito capace di contrastare le crescenti disuguaglianze sociali e che offra ai lavoratori un maggior potere contrattuale, un reddito che freni la compressione dei salari e la polarizzazione delle ricchezze, un reddito che affermi nuovi criteri di giustizia ed equità sociale.

L’APPELLO AL LAVORO GARANTITO

La crisi sanitaria ha determinato la sospensione di tutte le manifestazioni organizzate nonché gli eventi in luogo pubblico o privato. Gli operatori della cultura non hanno più alcuna certezza di poter vivere del proprio lavoro. La cultura – una parte fondamentale delle vite di tutte le persone –, rischia di scomparire o quantomeno di subire un drammatico ridimensionamento. Per questo chiediamo l’intervento della Regione in questo settore, per far sì che ogni operaio della cultura possa continuare a vivere del proprio lavoro.

Chiediamo alla Giunta Regionale della Sardegna l’impegno di programmare da qui ai prossimi tre anni un intervento strutturale a favore del mondo della cultura, abbattendo ostacoli burocratici e detassando ogni genere di spettacolo e manifestazione artistica. Una programmazione culturale che coinvolga attivamente i 377 comuni dell’isola, che valorizzi anche la lingua e la cultura sarda, i tanti bravi artisti locali, la prolifica cultura indipendente isolana. Una programmazione costruita davvero sul territorio e il suo diritto di decidere e valorizzarsi, e che dia maggior risalto alle realtà artistiche locali, quelle minori e spesso più penalizzate.

Chiediamo un piano per la cultura che permetta a tutti i festival e alle svariate manifestazioni artistiche, espressione della vitalità e della produzione artistica sarda, di non scomparire, uccise dalla burocrazia e da provvedimenti eccessivamente penalizzanti e restrittivi, prima ancora che dalla crisi economica. Chiediamo di poter lavorare in sicurezza, garantendo a noi e al nostro pubblico di riprenderci il diritto alla cultura e alla socialità, in questi mesi spesso vituperata in maniera illogica e del tutto irrazionale

Chiediamo infine l’eliminazione di tutti i divieti e impedimenti agli spettacoli e alle arti di strada, agevolandone e incentivandone invece lo svolgimento attraverso un coinvolgimento diretto dei comuni, “liberando l’arte”, concedendo spazi pubblici, sostenendo gli artisti e la fruizione pubblica dei loro spettacoli. Un nuovo modo di vivere la dimensione della socialità e di riappropriarci delle strade e delle piazze delle nostre città e dei nostri paesi, pur garantendo le norme di sicurezza fintanto che permarrà il pericolo da contagio.

Chiediamo alla società civile, agli artisti, alle associazioni, a tutte le categorie produttive di dare pubblico sostegno a queste nostre richieste. Chiediamo un impegno della Regione Sardegna finalizzato a garantire il lavoro di tutto il mondo della cultura sarda. Chiediamo di sostenere l’appello al reddito di dignità e al lavoro garantito per tutti e per tutte.


La cultura è vita, la cultura non deve morire.

FIRMA L’APPELLO!

Le adesioni possono essere inviate all’indirizzo: indielibri@gmail.com indicando nome, cognome, qualifica professionale e numero di telefono (il numero telefonico non sarà reso pubblico). 

https://www.zinzula.it/crisi-covid-19-la-realta-che-ci-circonda-lappello-di-artisti-e-intellettuali-sardi/?fbclid=IwAR2ls2p9LfbZmuG3XaPGNx4CT89HKCThNfvz270GHKByJHaJF-kGkcDyLFs

Sassari, Donne in Lotta per il Diritto alla Salute: dramma per oncologiche e altri pazienti al tempo del Coronavirus

Sassari, Donne in Lotta per il Diritto alla Salute: dramma per oncologiche e altri pazienti al tempo del Coronavirus

Come pazienti oncologiche e portavoce delle tante donne e uomini che ci segnalano i molti disservizi riscontrati in questi due ultimi mesi della sanità pubblica sassarese, vogliamo ancora una volta manifestare il nostro profondo dissenso e grandissima preoccupazione riguardo l’interruzione a seguito dell’emergenza Coronavirus, che a noi è parsa arbitraria, da parte delle Direzioni Sanitarie AOU e ATS di Sassari. Molte di noi pazienti oncologiche senologiche e tante altre persone, dalle quali abbiamo ricevuto continue segnalazioni e proteste, abbiamo vissuto in prima persona la più grande delle discriminazione come pazienti oncologiche e non solo. Infatti pur avendo garantito le terapie oncologiche e radiologiche, che hanno slittato solo di pochi giorni, sono state invece bloccate, e rimandate a data da stabilirsi, le visite di controllo programmate in Follow Up della SMAC: ecografie, visite cardiologiche, ginecologiche, controlli radiologici, interventi chirurgici e controlli strumentali per il carcinoma mammario, screening seno, utero, colon e tutto ciò che riguarda la prevenzione sia della malattia, sia delle recidive.

Stesso destino è toccato a tante persone affette da altre gravi patologie cardiache, polmonari, renali ecc. Interi reparti aperti solo ai ricoverati e sbarrati per noi. Spesso l’abbiamo scoperto presentandoci ai controlli o telefonando, perché nessuno ci ha avvisato. Va da sé che se non ci ammaleremo di Coronavirus potremmo ammalarci, o ricadere nella precedente malattia o in nuove anche peggiori, a causa dei mancati controlli. Sappiamo dalla cronaca che queste gravi criticità sono comuni ad altre strutture pubbliche sanitarie sarde, ma come mai non lo sono state proprio in quelle regioni a grave rischio contagio, Lombardia e Veneto, in cui in questi due mesi i controlli di tutte le pazienti e i pazienti a grave rischio: oncologici, cardiopatici, diabetici, nefrologici, con insufficienza respiratoria grave, sono stati garantiti? Ovviamente per garantire la sicurezza reciproca operatori-pazienti, è stato fatto a tutti prima il tampone o il test sierologico e i controlli ematici necessari. 

Ci domandiamo, e lo domandiamo alle Direzioni Sanitarie competenti, come mai a Sassari e in Sardegna non sia stato seguito lo stesso protocollo invece che abbandonare i pazienti allo sconforto e alla paura di un incerto domani. Infine, se non si profili, nella negazione di un diritto alla salute e alle cure (non solo per il Coronavirus) e in questa immotivata interruzione di pubblico servizio essenziale, un abuso da parte dei vertici, ai quali chiediamo conto di ciò che sta succedendo, che speriamo ci rispondano immediatamente e in maniera soddisfacente. Diversamente sarà compito di chi preposto, verificare la legittimità delle decisioni prese sulla nostra pelle. 

Movimento Donne Libere in Lotta per il Diritto alla Salute – Fèminas in Lùta pro su Deretu a sa Salude, noi che non aspettiamo l’8 marzo. La Portavoce, Luana Farina.

COVID-19, il progetto CoVstat. Luigi Giuseppe Atzeni: Sardegna con R0 a 0,89

COVID-19, il progetto CoVstat. Luigi Giuseppe Atzeni: Sardegna con R0 a 0,89

Circa un mese e mezzo fa muoveva i primi passi CoVstat. Questo blog lo ha seguito dagli esordi in quanto il progetto è nato grazie ad un giovane sardo emigrato nel nord Italia, Luigi Giuseppe Atzeni, e il collega molisano Vincenzo Nardelli. Più volte i due giovani promotori hanno fatto appello a nuove competenze che potessero sviluppare con loro il progetto CoVstat.

In concomitanza delle misure restrittive introdotte il 9 marzo e la rapida crescita dei contagi, due giovani avevano avviato un monitoraggio in base ai dati della Protezione Civile utilizzando una rivisitazione del modello epidemiologico SIR (Kermack – McKendrick). In quel momento i decessi totali erano poche centinaia e i contagi circa 9.000.

Il lavoro di monitoraggio e previsione sulla diffusione del Covid-19 è diventato noto nelle ultime settimane in quanto le analisi sono state riprese da numerose fonti di informazione. All’origine del progetto – inizialmente divulgato e aggiornato unicamente sui profili Facebook degli autori – la collaborazione tra il tempiese Luigi Giuseppe Atzeni e il collega Vincenzo Nardelli. Prime parole d’ordine: fare gruppo e interdisciplinarietà.

Nel giro di alcuni giorni ai due giovani si sono unite numerose altre competenze. CoVstat è stato affinato di giorno in giorno predisponendo anche un sito dedicato. Il portale https://covstat.it/ è servito anche per migliorare sempre più l’aspetto divulgativo e “socializzante” del lavoro. La parte bibliografica e analitica è stata sviluppata con una imprescindibile fruibilità di massa delle informazioni e dei concetti espressi, unico modo affinché quante più persone possano accrescere la propria conoscenza e intraprendere percorsi di ragionamento e analisi. Parafrasando il protagonista di un celebre film di Sean Penn: la conoscenza è utile solo se condivisa.

Il progetto è cresciuto numericamente e ad Atzeni e Nardelli si sono aggiunti diversi collaboratori in diverse aree di attività. In quella statistica, lo scienziato Andrea Palladino, i giovani ricercatori Alice Giampino e il colombiano Nicolas Estrada, oltre al prof. Giuseppe Arbia, ordinario di Statistica economica all’Università Cattolica e membro del Consiglio direttivo della Società Italiana di Statistica. Anche per Arbia la parte socializzante è altrettanto importante e il suo lavoro scientifico si accompagna ad interessi e attività nel campo letterario e teatrale. Nell’area sanitaria collaborano Marco Rao e Massimo Magi mentre quella comunicativa e divulgativa è curata dalla Tombolini&Associati, start-up fondata da Antonio Tombolini la quale, tra gli altri, vede un filosofo operare nel campo dell’analisi strategica.

Oltre la diffusione di un breve Manifesto – “La conoscenza ci difende dalla paura” – il team di CoVstat ha messo a disposizione numerosi collegamenti a biografia specializzata, database e altre informazioni utili. Il progetto è cresciuto sotto diversi punti di vista. Sono state separate le sezioni Epidemia Italia ed Epidemia Regioni, l’R-0 e gli andamenti delle curve sono stati presentati in fruibili grafici dinamici con puntuale indicazione cronologica delle decisioni prese a livello governativo in alcuni momenti precisi. È cresciuto il grado di dettaglio e affidabilità, in quanto la mole dei dati è naturalmente aumentata e il modello è stato migliorato e arricchito di giorno in giorno. Al tempo stesso è stata curata con altrettanta attenzione scientifica la parte divulgativa e sociale, sviluppando nuove sezioni del portale: blog, forum dedicato al confronto, una press room. Ciò che accomuna i due fondatori del progetto è difatti il forte interesse nella data literacy,traducibile con alfabetizzazione dei dati.

Ne abbiamo parlato brevemente con Luigi Giuseppe Atzeni.

Salve Luigi. Sei un ex studente del Liceo Giovanni Maria Dettori di Tempio, hai proseguito i tuoi studi in Italia dove vivi e lavori. Di cosa ti occupi attualmente in Boraso e nell’associazionismo?

Ciao Luigi, grazie per l’invito. Attualmente in Boraso, agenzia di marketing, faccio il Data Analyst. Mi occupo quindi di studiare dati legati al mondo dell’e-commerce e di applicare metodi di analisi per ottimizzare le prestazioni di vendita online di aziende di diversi settori. Ho qui l’opportunità di applicare parte delle conoscenze acquisite durante i miei studi nei corsi di statistica e data analysis presso l’Università Cattolica di Milano. È proprio dall’ambiente universitario che è nata Data Network, https://datanetwork.xyz/ l’associazione del quale sono co-fondatore insieme a Niccolò Golinelli e Vincenzo Nardelli. L’obiettivo di Data Network è quello di creare una rete eterogenea di professionisti e studenti legati al mondo dei dati, con una missione ben precisa: diffondere la Data Literacy.

Vivi in Lombardia. Spesso si parla di dati Covid-19 come un unicum. In realtà il focolaio – l’outbreak – è circoscritto, cioè la maggior parte dei dati (contagio e soprattutto mortalità) si addensa in alcune province lombarde. Cosa può aver contribuito? Sembra determinante anche una sottovalutazione, quando non macroscopici errori, a fine febbraio, come sta emergendo da alcune inchieste giornalistiche.

I fattori sono molteplici, sicuramente il fattore principale è il fatto che le province lombarde sono quelle con un più alto traffico industriale, che corrisponde ad un tasso di mobilità interno molto più alto rispetto alle altre regioni. Questo è confermato anche dai dati degli ultimi giorni che dimostrano come le regioni nord-occidentali stanno registrando ulteriori incrementi nel numero degli infetti nonostante il resto d’Italia sembra aver ormai raggiunto, e in parte superato, la fase di plateu.

Rispetto alle previsioni di fine febbraio, voi stimate un numero di contagi più che dimezzato rispetto al controfattuale “nessun intervento”. Possiamo dividere in macro-fasi l’evoluzione Covid-19 e il contestuale sviluppo del progetto CoVstat?

Sul nostro sito abbiamo provato a inserire in alcuni grafici le fasi decisive dell’epidemia, scandite parallelamente dai vari DPCM. Da queste rappresentazioni è chiaro l’impatto che le decisioni governative e il rispetto di esse da parte di tutti i cittadini, hanno avuto sull’evoluzione dell’epidemia. Dopo un primo periodo di crescita esponenziale, non controllata, grazie all’intervento delle misure restrittive siamo riusciti ad arrivare dopo circa 50 giorni alla cosiddetta fase di “plateu”, la fase in cui il ritmo di crescita dei contagi ha raggiunto i suoi minimi. Lunedì (20/04), per la prima volta dall’inizio dell’epidemia, il numero totale di infetti a livello statale è inferiore a quello che si aveva ieri. Ma la situazione cambia da regione a regione. Un indicatore al quale noi abbiamo dato parecchia importanza per monitorare l’evoluzione dell’epidemia è l’indice R0 che indica quante persone sane vengono potenzialmente contagiate da una persona infetta. All’inizio dell’epidemia questo indice, a livello statale, superava il valore 4, adesso registriamo un R con zero pari a 1.01. L’obiettivo è arrivare il prima possibile sotto la soglia del valore 1, ma la vera fine dell’epidemia arriverà solo quando questo indice raggiungerà il valore 0.

CoVstat ha avuto uno sviluppo davvero molto rapido le quali fasi stento a differenziare. Da una prima dashboard prodotta da me e Vincenzo Nardelli ci siamo ritrovati il gruppo si è velocemente allargato inserendo figure professionali come professori ordinari e ricercatori di statistica, ricercatori astrofisici, e, grazie a Tombolini & Associati, ricercatori di economia, filosofi e medici. Ci siamo concentrati prima sull’evoluzione dell’epidemia a livello statale e dopo qualche settimana, una volta registrati dati a sufficienza, abbiamo implementato anche analisi a livello regionale. Parallelamente ai modelli epidemiologici sono stati portati avanti anche modelli economici che studiano gli effetti di questa crisi in paragone alle crisi maggiori dell’ultimo secolo. Stiamo attualmente lavorando su alcuni studi sulla situazione internazionale, in particolare quella europea.

Veniamo alla nostra casa: la Sardegna. Quando e come riaprire, modello da sperimentare, scarsa densità di buona parte dell’Isola. I quesiti sono tanti. I casi sono davvero molto contenuti, anche se spicca la pessima gestione a Sassari. Che idea ti sei fatto? L’Isola non era presente in alcune parti di CoVstat per mancanza di dati.

La novità odierna è quella che abbiamo aggiunto una nuova sezione dove analizziamo le singole regioni, in particolare dove analizziamo l’indice R0. Questo valore indica quante persone sane vengono potenzialmente contagiate da una persona infetta. Nel grafico allegato è rappresentata l’evoluzione di questo indice nella nostra Isola nell’ultimo mese. La notizia positiva è che siamo passati da un valore vicino a 4 ad un valore aggiornato a ieri pari a 0,89. Questo significa tecnicamente che l’epidemia in Sardegna ha appena iniziato la sua discesa, come dimostrato dal decremento del numero di infetti attivi di questi ultimi giorni (oggi meno 4). Ciò è stato possibile solo attraverso il rispetto delle misure di contenimento; in caso contrario avremmo avuto una crescita esponenziale dei contagi, con gran parte dell’Isola infettata in pochissimo tempo. Ma attenzione, non è il momento di abbassare la guardia, né tantomeno quello giusto per parlare di una data precisa di riapertura. Dobbiamo fare in modo che l’R0, decresca sempre più velocemente e per questo è necessario rispettare attentamente le restrizioni, come fatto fino ad ora.

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Prima e dopo il Covid-19, la Data Literacy: perché è importante?

Pensiamo a quanto fosse importante un secolo fa sapere leggere e scrivere. Molti studi classificavano i vari Paesi in base al tasso di alfabetizzazione nazionale che mostrava il livello culturale di ogni nazione. Saper interpretare e leggere delle informazioni era un lusso per pochi.  La Data Literacy l’alfabetizzazione sul trattamento dei dati, ossia la capacità di interpretare un dato e saperci trarre facilmente informazioni significative è il nuovo step che dobbiamo raggiungere, per non essere passivi alla pervasività delle informazioni che quotidianamente invadono le nostre interazioni. Lo scopo comune a Data Network e Covstat è dunque quello di generare e diffondere conoscenza in un periodo nel quale le nostre società sono ogni giorno vittime di infodemia e fake news. Io penso che la Data Literacy fosse importante dapprima del Covid19, ma solo con un fenomeno globale, che è riuscito ad entrare nelle case di tutti (alfabetizzati e non), ad ogni ora del giorno, ci rendiamo conto di quanto sia importante contestualizzare le informazioni e i dati che ci vengono mostrati quotidianamente.

Covid-19, più essenziale dell’azienda è la salute della forza lavoro

Covid-19, più essenziale dell’azienda è la salute della forza lavoro

È nota la riluttanza di Vincenzo Boccia, presidente della Confindustria italiana, riguardo l’attuazione di tempestive e drastiche misure al fine di contenere la diffusione del Covid-19. Nelle settimane passate associazioni datoriali, ma anche sindacali italiane e forze politiche, hanno spinto per non ridurre subito la produzione, accumulando un forte ritardo nel dotare la forza lavoro impiegata di adeguati strumenti di protezione, al pari di quanto accaduto sul versante pubblico negli ospedali. Nel dibattito su “chiusura o meno”, controlli e misure di sicurezza a tutela della forza lavoro sono passate in secondo piano. Oltretutto, fino ai primissimi giorni di marzo venivano lanciate campagne per non fermare movide e altro.

La situazione è inevitabilmente peggiorata nell’ultima settimana con la pendenza della curva simile ad una verticale, con nuovi contagi registrati nell’ordine di 4-5 mila al giorno e decessi per 600-800 unità, in larga parte nelle aree più colpite della Lombardia e Emilia Romagna. Tra l’altro, questo era un andamento previsto.

Si è invertito anche il meccanismo sovra-sotto stima. Fino a meno di due settimane fa il dibattito era ancora incentrato sulla retorica “anche con e non di Covid”. Oggi l’evidenza pratica è contraria, nei contesti più gravi del focolaio nord italiano, ma anche altrove, i morti possono essere sottostimati perché non ci sono mezzi per analizzare prontamente cause, circoscrivere l’ulteriore eventuale contagio e aggiornare i dati con precisione. Diversi i casi di solitari decessi in casa.

In questo contesto, il distanziamento sociale ha riguardato assembramenti pubblici, libertà individuali e collettive, larga parte dei servizi privati, piccolo-medio commercio e un’ampia schiera di servizi pubblici non essenziali. Alle limitazioni, anche tardive, delle attività economiche e di un’ampia fascia di popolazione fanno da contraltare molte realtà aziendali che, in una situazione sempre più critica, hanno proseguito la propria produzione. La forza lavoro impiegata non è stata e non è, di fatto, tutelata adeguatamente a scapito della salute pubblica che le norme, per altri molto restrittive, dovrebbero garantire.

Mentre liberi professionisti, commercianti, micro industrie e una larga parte di lavoratori pubblici e privati pensano al crollo delle proprie attività e redditi, alla libertà di movimento e altre restrizioni, una fascia di popolazione continua forzatamente a spostarsi e produrre, molto spesso senza dovute garanzie. La forza lavoro è stata scarsamente tutelata dal principio dell’epidemia e, anche dove queste tutele sono state previste, i tempi sono stati molto lunghi e i controlli piuttosto indulgenti. Ancora oggi, però, in grandi catene commerciali e industrie la tutela della forza lavoro è carente come lo è, si ribadisce, persino nel personale ospedaliero o socio-assistenziale di case di riposo e strutture affini.

Se è vero che il blocco totale del sistema socioeconomico può causare danni rimarginabili in anni e anni, se non decenni, è anche vero che realtà industriali e del grande commercio, se mal gestite, sono vere e proprie bombe sanitarie al pari di affollati bar e ristoranti, altre attività commerciali, servizi professionali e uffici pubblici. A questo si aggiunga che, in assenza di forti politiche redistributive, il debito contratto per sostenere i ceti più colpiti verrà ripagato nel tempo proprio dalle fasce più danneggiate acuendo nel corso dei prossimi anni diseguaglianze, già in forte crescita da almeno tre decenni. Insomma la domanda non è solo chi sta pagando di più ora ma anche chi pagherà maggiormente in futuro.

Se la situazione sarda non è paragonabile a livello industriale al nord Italia e all’espansione del relativo focolaio, sono comunque presenti alcune situazioni molto critiche come Saras-Sarlux e Vitrociset, considerate industrie strategiche e non bloccate dai diversi Dpcm, oltre alla tutela del personale del commercio e la triste condizione di quello di ospedali e residenze assistite, in particolare nel nord Sardegna. Oltretutto, in Gallura è presente un rilevante Distretto industriale sughericolo che, nonostante crisi e alterne vicende, conta ancora centinaia di operai e operaie. Focolai in alta Gallura sarebbero difficilmente gestibili in quanto l’ospedale di Tempio è sprovvisto di terapie intensive e sub-intensive mentre i nosocomi più vicini sono a decine di chilometri. La viabilità gioca un ruolo cruciale dal momento che si tratta della provincia più estesa di tutto lo Stato e l’Unione dei Comuni “Alta Gallura” è la più vasta di tutte le Unioni sarde e italiane.

Il virus non guarda fatturati o produzioni ma protezioni, fattori di contagio e profilassi. Se è vero come è vero vadano, anche e soprattutto in un momento di crisi, tutelate produzioni strategiche e, in generale, la tenuta socioeconomica della collettività, è altrettanto evidente che i costi sofferti da ampie fasce della popolazione non possono essere vanificati da centinaia di operai o commessi senza adeguata sicurezza. Questo è ancor più incoerente alla luce dell’intenzione di impedire – salvo dietrofront anche su pressione dell’ANCI Sardegna – autoproduzione in sconfinate campagne o limitare, secondo qualcuno, il contagio con sorveglianza militare o, ancora, scoraggiare comportamenti con droni parlanti e deficienti campagne di sensibilizzazione su “decisioni individuali”.

In un certo qual senso anche le decisioni organizzative della produzione sono comportamenti individuali delle proprietà di grande commercio e industrie e, come tali, dovrebbero conformarsi ad una responsabilità legale, sociale e di pubblica sicurezza. Il rischio concreto è quello dell’esplosione di focolai con conseguenti costi umani ed economici in seguito ancora maggiori, oltre all’esasperazione di tensioni e conflitti sociali dai risvolti difficilmente prevedibili.

Biciclette, corse e molte altre attività quotidiane possono essere, in larga parte, sacrificate per alcune settimane. D’altra parte, edulcorare il podista, il campagnolo in luoghi semi spopolati o chi vìola norme di sicurezza è demagogico se reparti ospedalieri registrano più personale contagiato rispetto alla popolazione, oltre numerosi contagi e decessi nelle case di riposo. È contraddittorio anche in relazione a reparti industriali o distribuzione commerciale dove non si assicura adeguata protezione alla forza lavoro. Questa garanzia non è certo un onere in capo ai lavoratori o lavoratrici stesse.

Il punto è quindi pratico: è possibile assicurare una continuazione della produzione, anche a regime ridotto, con la sicurezza della forza lavoro impiegata e, se sì, come le proprietà stanno garantendo questi standard di sicurezza? Chi sta eseguendo controlli? Che risultati stanno dando le verifiche? Ignorare, semplicemente, la questione non è una soluzione ma pura esternalizzazione sulla collettività. Il punto qui non è tanto l’essenzialità della produzione o la tenuta di un comparto, ma come l’attività specifica venga concretamente gestita in termini di procedure, sanificazione e protezioni. L’essere definita strategica o essenziale non deve mai essere ragione per allentare la sicurezza sulla forza lavoro impiegata.

Le responsabilità e i comportamenti in questione sono prima di tutto dirigenziali e organizzativi. Nei cd “comportamenti individuali”, accettandone l’espressione, rientra infatti un ampio e indefinito spettro di situazioni. Tutti i comportamenti hanno, sempre e comunque, conseguenze collettive seppur con gradazioni ed effetti diversi.  Dal singolo cittadino, al piccolo agricoltore o commerciante fino al grande industriale. Il Covid-19 e la capacità di carico degli ospedali sono insensibili ai fatturati.

Tempio, Covid-19: massimo allarme per il Paolo Dettori. La lettera di Gianni Addis

Tempio, Covid-19: massimo allarme per il Paolo Dettori. La lettera di Gianni Addis

“È con il massimo allarme che segnalo la situazione venutasi a creare nell’Ospedale Paolo Dettori di Tempio Pausania che, prima per il caso del reparto di Ortopedia, ora per ciò che sta accadendo nel reparto di Medicina, rischia di diventare un vero e proprio focolaio per la diffusione del virus. Giungono richieste di intervento da parte di medici e operatori sanitari che indicano la presenza di un paziente positivo nel reparto di medicina in isolamento che non è possibile trasferire nella sezione COVID-19, né possono essere dimessi o spostati gli altri pazienti ricoverati perché non sono disponibili tamponi da eseguire su di loro. A fronte di tale dato accertato, risulta che il reparto non è stato chiuso, non è stato sanificato, i pazienti sono tuttora ricoverati, i medici e il personale paramedico, gli OSS, oltre agli addetti dei vari servizi collaterali quali quello di pulizia, non sono stati sottoposti ad alcuna misura di sicurezza per limitare il contagio, non sono stati sottoposti a test con i tamponi rinofaringei, non sono stati isolati o messi in quarantena ma gli è stato detto di limitarsi agli spostamenti casa-ospedale per continuare il proprio lavoro”.

Con queste drammatiche e inquietanti parole si apre un vero e proprio grido d’allarme contenuto in una lettera di Gianni Addis, vicesindaco di Tempio Pausania. La situazione in cui versa in nosocomio gallurese è gravissima. Addis, anche a nome di tutti i sindaci dell’Unione Alta Gallura e del Distretto sanitario di Tempio, rivolge il suo appello direttamente e per conoscenza a tutte le autorità sanitarie e politiche, regionali e statali, incluse Prefettura e Procura della Repubblica.

“Il reparto di ortopedia – prosegue Addis – dove si è registrato il primo caso di positività di un paziente trasferito dall’ospedale di Nuoro, è stato sottoposto a sanificazione ma i medici e gli operatori non sono stati tutti sottoposti a tampone e continuano a frequentare gli ambienti ospedalieri”.

Tutti i Sindaci chiedono “con estrema urgenza ogni misura idonea a mettere in sicurezza del Paolo Dettori e di agire con ogni strumento ordinario e straordinario messo a disposizione dell’ordinamento statutario speciale della Regione Sardegna per evitare il diffondersi del contagio prima all’interno della struttura e poi nella popolazione. Sottoporre ai tamponi rinofaringei tutto il personale che ha operato nel reparto di Ortopedia dove si è registrato il primo caso di positività, e del reparto di Medicina dove è tuttora ricoverato il paziente positivo al virus, di adottare i protocolli di sicurezza previsti dalla legge e di vigilare sulla loro stretta osservanza. Tutto il personale dell’Ospedale venga rifornito di dispositivi di protezione individuale indispensabile per continuare a prestare assistenza e cure in sicurezza”.

Ad aggravare ancor più la situazione si aggiunge che nella giornata di sabato 21 sono decedute cinque persone nel territorio comunale: tre in ospedale, una in Hospice e una in abitazione. Dei tre decessi ospedalieri due casi sono attribuiti a POLMONITE BILATERALE – INSUFFICIENZA RESPIRATORIA ACUTA IN PAZIENTE CON POLMONITE. I tre decessi si sono verificati nel reparto di Medicina.

Inoltre Addis denuncia una “grave, inconcepibile e inammissibile totale assenza di comunicazione informativa istituzionale” e riferisce di una precedente nota del 16 marzo, inviata a seguito della presenza del già citato paziente positivo in Ortopedia. In quella occasione il vicesindaco aveva già segnalato le condizioni di estremo rischio a causa dell’assoluta mancanza di DPI chiedendo un intervento con estrema urgenza. La richiesta, però, è rimasta colpevolmente inascoltata e priva di riscontro.

La situazione nell’ospedale tempiese è a dir poco drammatica, come è molto alto il rischio di un focolaio di ampie proporzioni che vada a paralizzare completamente l’intera struttura e scopra del tutto un vasto territorio con oltre 35.000 abitanti. Non si può perdere un momento di più rispetto a quanto è già irresponsabilmente accaduto.

Le persone stiano a casa, quanto più possibile, stiano molto attente ma le autorità sanitarie devono porre rimedio immediato a quanto sta avvenendo al Paolo Dettori di Tempio. La lettera di Gianni Addis non lascia spazio ad interpretazioni. Non c’era tempo da perdere due settimane fa, è ora superfluo rimarcare l’estrema gravità della situazione a Tempio e in tutta l’Alta Gallura.

Olbia, Covid-19: caos al Giovanni Paolo II. Durissima denuncia di medici, infermieri e OSS

Olbia, Covid-19: caos al Giovanni Paolo II. Durissima denuncia di medici, infermieri e OSS

Il personale medico, infermieristico e OSS del reparto di Cardiochirurgia-UTIC-Emodinamica dell’Ospedale Giovanni Paolo II di Olbia ha inviato una durissima lettera al Direttore dell’ASSL Olbia, alla Direzione medica e ai diversi responsabili dei diversi Servizi (prevenzione, sicurezza ambienti di lavoro e sorveglianza dei lavoratori).

Una situazione a dir poco esplosiva con la missiva che denuncia “carente attenzione rivolta alle condizioni di lavoro e totale assenza di comunicazione da parte della direzione di presidio e autorità competenti” nonché un’insufficiente dotazione di presidi. I dispositivi di protezione individuale (DPI) – secondo quanto riportato – andrebbero ottimizzati con l’uso di semplici mascherine chirurgiche ma al contempo “il personale della direzione sanitaria circola per l’ospedale dotato di maschera FFp3 con valvola”.

Si apprende che il personale operante è potenzialmente infetto ma dopo ancora 72 ore non sono disponibili gli esiti dei tamponi che possano confermare o escludere la positività al Covid-19.

Nella lettera si denuncia anche il mancato screening del restante personale “nonostante siano trascorsi diversi giorni dai primi casi Covid-19 accertati in reparto Rianimazione e la presenza in reparto e sala emodinamica di due conviventi con soggetti positivi al Covid-19”.

Una situazione gravissima che spinge il personale a “declinare ogni responsabilità per eventuali danni a terzi derivanti dall’esercizio della nostra professione, che al momento viene svolta in condizioni inadeguate ma con la massima serietà e professionalità” – chiosa la lettera.

Covid-19, Sardegna: santi e soldati piegheranno le curve?

Covid-19, Sardegna: santi e soldati piegheranno le curve?

La diffusione dell’epidemia Covid-19 nel mondo, dall’11 marzo considerata Pandemia dall’OMS, registra 280.000 contagiati e circa 11.500 decessi. La maggior parte di questi come noto si conta in Cina (ex focolaio di Wuhan-Hubei) con più di 3.000 morti e nel nord-Italia con oltre 4.000 morti, di cui quasi due terzi in Lombardia. Nel complesso, su quasi 207.000 test eseguiti in Italia i positivi sono 47.021 mentre gli attivi 37.800. Dai casi positivi vanno infatti sottratti i decessi e 5.129 guariti. I ricoverati in terapia intensiva sono al momento 2.655.

Solo ieri si sono contati 627 decessi e la distribuzione del Covid-19 nel focolaio italiano assume un andamento pericolosamente verticale. Per avere un’idea indicativa, il numero di morti della sola giornata del 20 marzo è pari a tutti i decessi registrati dal 24 febbraio al 10 marzo (631).

Mentre medici ed esperti – o presunti tali – continuano irresponsabilmente a rilasciare dichiarazioni del tutto fuorvianti sulla pandemia, sull’aggressività del virus ai polmoni e su raffronti con anni precedenti, è del tutto confermata la previsione di Giorgio Parisi che due settimane fa parlava chiaramente del rischio di conteggiare in Italia molti più morti rispetto al focolaio cinese e, in assenza di misure drastiche, “bruciare” il vantaggio di 37 giorni rispetto all’andamento della curva di Wuhan.

In questo weekend arriverà in Italia personale medico specializzato da Cuba mentre in Lombardia è operativo da giovedì un team cinese. Durante la conferenza stampa di giovedì introdotto dal presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, ha parlato Sun Shuopeng, vicepresidente Croce Rossa Cinese. Il gruppo di esperti cinesi ha rimarcato le misure di contenimento troppo blande, lo scarso o improprio uso di mascherine e l’ancora eccessivo traffico riscontrato a Milano.

Non meno pericolosa la situazione a livello prettamente economico dove si segnala negli ultimi giorni la querelle sull’ipotesi “click day” per i 600 euro a beneficio dei lavoratori autonomi. Una sorta di procedura a sportello come per i bandi pubblici che ha contribuito ad esasperare la situazione in seguito alla pubblicazione del decreto “Cura Italia”. Una valanga di critiche al presidente dell’INPS, Pasquale Tridico, e al governo. L’ipotesi è stata ritirata nel giro di un paio di giorni.

Negli articoli precedenti si era dato conto, tra i tanti, dello sviluppo dell’attività di monitoraggio e previsione da parte di alcuni giovani ricercatori. Al progetto avviato dal tempiese Luigi Giuseppe Atzeni e dal collega Vincenzo Nardelli si sono in breve unite numerose altre competenze e il lavoro viene ampliato e affinato di giorno in giorno. È stato diffuso anche un breve Manifesto intitolato “La conoscenza ci difende dalla paura”. Nel link al progetto sono disponibili numerosi collegamenti a biografia specializzata, database e altre informazioni utili. Questo il link al progetto CoVstat https://covstat.it/

Nel frattempo in Sardegna lo scenario appare in netto peggioramento con una situazione più unica che rara. Da questo sito si era fatto appello a concentrare da subito l’attenzione sulla sicurezza del personale medico ed ospedaliero che avrebbe dovuto trattare la diffusione del Covid-19, anche alla luce delle condizioni di base del sistema sanitario sardo. I contagiati in Sardegna al 20 marzo sono 293 (su 1.912 test eseguiti), un incremento di oltre 80 casi nelle ultime 24 ore. Sono 2 al momento i decessi e 15 i casi in terapia intensiva (+6 rispetto al giorno precedente). A questi si aggiungono altri due decessi di sardi emigrati e inclusi nel dato italiano. Quasi tre contagi su quattro sono quindi registrati in provincia di Sassari e, complessivamente, circa il 50% dei contagiati è riconducibile a personale medico e sanitario. Un dato clamoroso che non ha pari nelle Regioni italiane, in Cina e, per quanto informazioni e dati siano parziali, non risultano situazioni raffrontabili in tutta Europa.

La solidarietà della popolazione sarda non è stata mai in discussione e sono numerose le iniziative che nascono ogni giorno. Da imprenditori e lavoratori che producono o donano decine di migliaia di mascherine a raccolte fondi e donazioni di varia natura che coinvolgono trasversalmente tutta l’Isola. Non c’erano dubbi su questo ma è intuibile non sia sufficiente né tantomeno sostenibile.

L’assessore alla Sanità della Regione Autonoma della Sardegna, Mario Nieddu, ha sminuito pericolosamente la diffusione del contagio negli ospedali con un “ci può stare” che ha raggelato il personale impegnato in prima linea e generato forti polemiche e inquietudine nella popolazione che nei nosocomi potrebbe dover andare per Covid-19 o per cure ad altre patologie non posticipabili.

Il governatore Christian Solinas, dopo i maldestri appelli al sentimento religioso popolare, ha chiesto ufficialmente allo Stato italiano l’intervento della Brigata Sassari per la gestione dell’emergenza Covid-19 in Sardegna. Non è dato sapere come questo ipotetico impiego di militari si dovrebbe inserire nella strategia della Ras e nel relativo Piano straordinario Codiv-19 approvato dalla Giunta meno di due settimane fa. Non è chiaro in cosa dovrebbero essere impiegati i militari e quale utilità concreta abbiano, se non – come denunciato da A Foras in un comunicato – “deviare l’attenzione da quelli che sono i reali e gravi problemi che sta incontrando il sistema sanitario sardo”.

Al di là delle retoriche militari e credenze personali di ognuno, è del tutto evidente che santi e soldati non incideranno sulla pericolosa pendenza che l’andamento del Covid-19 sta assumendo e non riusciranno a ridurre il tasso di contagio nei nosocomi isolani o doteranno di adeguate protezioni tutto il personale medico ed ospedaliero impegnato in una dura battaglia scientifica, civile ed organizzativa e non certo militare.

COVID-19. Alcuni monitoraggi e situazione in Sardegna

COVID-19. Alcuni monitoraggi e situazione in Sardegna

Gli aggiornamenti sul COVID-19 indicano, come prevedibile, che il picco del focolaio nord-italiano sia ancora piuttosto lontano. Come detto più volte, le misure di contenimento iniziano ad evidenziare i benefici di riduzione di contagi dopo un certo lasso di tempo.

A livello mondiale i casi al momento sono oltre 143.000 con 5.394 morti. Al contempo, anche in numerosi Paesi europei, le curve si fanno sempre più ripide. Su tutti la Spagna che ormai procede al ritmo di oltre 1.000 casi in più al giorno (1.188 oggi con 36 decessi). In Italia oggi si registra un nuovo, forte, incremento con 2.547 casi (oltre 1.000 in Lombardia) e ben 250 decessi. I morti totali in Italia sono ora 1.266.

In Cina, al contrario, dopo oltre due mesi la diffusione del COVID-19 si è praticamente esaurita e oggi si registrano solo 22 nuovi casi e 8 decessihttps://www.worldometers.info/coronavirus/

In Sardegna i casi positivi salgono a 44 (+5 oggi). Nessuno è grave (terapia intensiva) ma nessuno – ancora – è stato dichiarato guarito. Buone notizie dal San Francesco di Nuoro con tamponi negativi dopo i casi dei giorni scorsi i quali avevano portato la chiusura del nosocomio e messo subito in crisi la struttura. La maggior parte dei soggetti contagiati sono difatti operatori sanitari.

Da segnalare che da più parti si continuano a denunciare massici arrivi via porti, in particolare Olbia, dal momento che l’unico aeroporto attivo in Sardegna a regime fortemente ridotto è quello di Elmas. La situazione rischia di farsi incandescente anche perché sbarcano auto, caravan, camper e pulmini carichi di viveri ed è del tutto evidente non si tratti di studenti e lavoratori di rientro. Molti sardi e sarde stanno finendo anzitempo o hanno terminato stagioni lavorative invernali ma la percentuale è comunque minimale, anche perché la Sardegna – con poca popolazione e il tasso di abbandono scolastico più alto d’Italia – non conta un enorme numero di studenti universitari “disterrados” e molti emigrati sono rimasti dove vivono, in Italia come in tutta Europa. All’interno dei “vacanzieri” si registrano casi di nazionalità non italiane, in proporzione minimi e probabilmente alimentati anche dal fatto che fino ad una settimana fa nei loro paesi si parlava a malapena del COVID-19 (vedi posizioni governative).

Il dato è chiaro e cosa sta accadendo è sotto gli occhi di tutti, nonostante gli sparuti tentativi di minimizzare, insinuare la classica “colpa sarda” o, persino, parlare di “accoglienza e ospitalità”. La situazione rischia di farsi ancora più seria di quanto già non lo sia per COVID-19 e il problema non è solo epidemiologico e sanitario, ma politico. Un vero corto circuito. Parti politiche da sempre piuttosto scioviniste con “prima gli italiani” e “aiutiamoli a casa loro” si trovano a richiedere lo stop all’arrivo di nord-italiani (seppur non nominati esplicitamente) e anche altri esponenti politici unionisti chiedono con forza il blocco temporaneo degli arrivi.

Il fisiologico e maggiore rischio contagio e il carico sul sistema sanitario sardo ha i primi esempi pratici. A Carloforte un “turista” milanese è stato scoperto e denunciato solo a seguito di una brutta caduta col motorino (senza assicurazione e revisione), fatto che ha impegnato persino l’elisoccorso per il trasporto al Brotzu. Fortunatamente per i soccorritori e il personale medico entrati in contatto con lo stesso, è risultato negativo al tampone.

In numerosi Comuni (non solo costieri) vengono visti in giro come veri e propri turisti che se interpellati tentano di confondersi con l’accento e la lingua del luogo utilizzando “frasi pronte”. Comportamenti dolosi e irresponsabili che inaspriscono una situazione già critica dove tanti Comuni sono sotto stress alle prese con l’organizzazione di assistenza psicologica, consegna pasti per anziani, disabili e non autosufficienti e tutti i servizi emergenziali che vengono predisposti in situazioni simili.

A riprova di cosa sia accaduto nei giorni scorsi, crescono ancora gli autodenunciati per isolamento fiduciario: 13.300.

Tornando ai dati, di seguito si riportano alcuni link a progetti di monitoraggio o previsione che negli ultimi giorni stanno osservando e cercando di modellizzare la diffusione del COVID-19 e prevederne gli andamenti futuri.

In https://urly.it/34tb8 Luigi Giuseppe Atzeni, Vincenzo Nardelli e Andrea Palladino cercano di stimare l’andamento in Italia nel complesso utilizzando il modello SIR e altri contributi di fonte cinese ottenuti dall’osservazione sullo sviluppo del focolaio di Wuhan. Gli stessi fanno appello ad altre competenze che vogliano unirsi al progetto, con l’obiettivo di affinare il modello e possibilmente in tempi rapidi “regionalizzare” gli scenari. Al momento R0 stimato è 1,32 e il picco è previsto al momento per il 9 aprile. È di fondamentale importanza che analisti o analiste sarde possano dare un contributo avendo magari più confidenza, se non data-set pronti, con le peculiarità dell’Isola e particolari variabili che possano inserirsi al meglio nella ricerca, rendendo le stime per l’Isola più affidabile.  

Un altro progetto al momento si occupa di analizzare la situazione epidemica italiana partendo dalla situazione lombarda e analizzando i trend in altre quattro regioni. Gli autori sono Enrico Bucci, Giuseppe De Nicolao, Enzo Marinari e Giorgio Parisi (quest’ultimo Presidente dell’Accademia Nazionale dei Lincei). Il documento in Pdf può essere scaricato al seguente link https://urly.it/34tb- Qui https://urly.it/34tb0 è possibile osservare e seguire un complesso ed esaustivo monitoraggio a cura di Franco Mossotto.

COVID-19, Mondo, Italia e Sardegna: stime da Taiwan e organizzazione nell’Isola

COVID-19, Mondo, Italia e Sardegna: stime da Taiwan e organizzazione nell’Isola

Ieri notte il presidente del Consiglio dei Ministri italiano, Giuseppe Conte, ha inasprito le misure di contenimento per il COVID-19 con la firma del Dpcm n° 11.

Qui il testo: http://www.governo.it/it/articolo/coronavirus-conte-firma-il-dpcm-11-marzo-2020/14299

In Dpcm in questione, come sottolineato anche dal presidente ANCI Sardegna, Emiliano Deiana, non è completamente chiaro e, come i precedenti, sta creando molta confusione per numerose categorie, al di là dei richiami alla doverosa e indispensabile responsabilità individuale. Deiana ha richiamato anche la massima urgenza di studiare e varare misure ad hoc tra ANCI-RAS per il sostegno al sistema produttivo sardo, interventi che si dovranno aggiungere a imprescindibili e massici provvedimenti statali.

Riguardo la diffusione del COVID-19 nel Mondo, da rilevare la dichiarazione ufficiale di Pandemia da parte dell’OMS e il rapido cambio di indirizzo negli Stati Uniti con i blocchi dei voli dall’Europa decisi da Trump che fino a poche ore prima minimizzava la questione COVID-19. Nonostante questo la maxi esercitazione “Defender Europe” non sembra subire variazione. Si farà comunque per gioia e vanto della NATO https://shape.nato.int/defender-europe ma l’Italia non vi parteciperà. Diversa sorte per un’altra esercitazione militare NATO, “Cold Response 2020”: annullata.

A proposito di movimenti e spese militari, sul web il movimento A Foras ha lanciato #piùospedalimenomilitari motto che richiama le lotte in Sardegna contro l’occupazione militare e l’enorme contraddizione tra spendere per costruire guerra e non pace. Costruire pace significa anche destinare alla Sanità pubblica e non al comparto bellico, risorse che potrebbero garantire l’acquisto e il finanziamento di strumenti e professionalità sane.

Il dato di oggi per l’Italia indica un nuovo forte incremento di contagi e decessi, rispettivamente +2.651 e +189 (di cui 127 solo in Lombardia) https://www.worldometers.info/coronavirus/

Il rapporto tra morti e guariti si avvicina all’unità, con i primi che rispetto a due-tre settimane fa (rapporto 3:1) si apprestano a superare a breve i secondi per la prima volta dall’inizio dell’epidemia, ora Pandemia.

Con le dovute imprecisioni e difficoltà proseguono da più parti (nei prossimi giorni si darà conto di diversi gruppi di analisti che lavorano ai dati) gli aggiornamenti delle stime su picchi ed espansione dei focolai, mentre in numerosi Stati europei le cifre crescono di giorno in giorno. Diversi governi iniziano a prendere coscienza della situazione.

Le domande (e gli obiettivi) sono sempre le stesse: quanto potrebbe durare? Come “flattare” il picco per non far collassare i sistemi sanitari? Come prevenire l’esplosione di nuovi focolai?

Riguardo le stime, l’immagine riportata mostra l’andamento della curva del contagio registrata in Cina utilizzata per cercare di simulare lo scenario per Korea del Sud e Italia. La parte a sinistra riporta i nuovi casi su base giornaliera, quella a destra corrisponde all’andamento cumulativo.

I grafici comprendono quindi una parte storica (cosa già effettivamente registrato a Wuhan dove il focolaio può considerarsi spento) e una previsionale sull’andamento e l’entità che il contagio potrebbe seguire nei focolai (outbreaks) in oggetto, Korea e nord-Italia – in particolare Lombardia (3 morti italiani su 4 per COVID-19 sono in questa regione). Le previsioni sull’andamento in Italia seguono due scenari, uno ottimistico e uno, al contrario, pessimistico. A partire dalla scelta del “blocco totale” (total lockdown) la stima su un andamento positivo o negativo è legata all’ipotesi che la misura adottata in Italia sia efficace quanto quella a suo tempo adottata per contenere il focolaio di Wuhan, ovvero il blocco del traffico imposto già nella seconda parte di gennaio.

Ciò che si osserva, come noto in tutte le epidemie, è che i provvedimenti restrittivi – oltre dipendere dalla qualità dell’applicazione pratica e altri fattori – in termini di contenimento del contagio non danno effetti immediati ma dopo un certo lasso di tempo, tendenzialmente il periodo di incubazione. Dunque, nonostante le misure prese negli ultimi tre giorni in Italia è prevedibile il proseguo di una pendenza molto ripida della curva nei prossimi giorni con gli effetti positivi che si dovrebbero iniziare a vedere solo a fine marzo/primi di aprile. Nello scenario positivo, la simulazione effettuata indica un picco italiano con oltre 3.000 nuovi casi/giorno e un cumulativo di circa 50.000 contagi totali. Nello scenario negativo – ovvero nell’ipotesi di un’inefficacia totale del blocco per il contenimento del focolaio (meno plausibile) i nuovi casi giornalieri sarebbero 6.000 e il cumulativo superare i 100.000 casi complessivi. L’obiettivo del contenimento, come detto più volte, è quello di alleggerire la pressione sulle strutture ospedaliere direttamente coinvolte nell’area in questione ma anche evitare che si sviluppino focolai come quello nord italiano in altre aree, anche molto distanti e altrettanto, se non più, densamente popolate come molti centri meridionali.

Nei giorni scorsi insistentemente si è chiesto se la diffusione stesse rallentando e si andasse in breve verso un picco della gaussiana del COVID-19. Molti esperti hanno preferito non confermare in tal senso indicando come fosse più probabile trovarsi ancora in una fase fortemente ascendente. Quello che dicono le stime e previsioni elaborate a Taiwan è che il dato del focolaio nord-italiano sia, ancora, in una fase iniziale e che, probabilmente, questa settimana e le prossime due saranno le più dure come pressione sul sistema sanitario. Il nuovo Dpcm va nella direzione di alleggerire la situazione nelle aree più colpite ma anche evitare o limitare quanto possibile l’eventuale propagazione di focolai in altre zone dello Stato. In Cina, ad esempio, sono dovuti trascorrere ben due mesi dai casi dei primi giorni di gennaio per giungere ai recenti allentamenti sui blocchi a Wuhan. L’area cinese è in termini di abitanti una zona abbastanza paragonabile a quella più calda del focolaio italiano, la Lombardia. Praticamente gli stessi abitanti, ma con diverse densità (Wuhan conta oltre 700 ab/Kmq, la Lombardia circa 420) seppur entrambi siano valori molto elevati.

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SARDEGNA. Al 12 marzo la Sardegna registra due nuovi casi, per un totale di 39 totali. Il contesto sardo ha per forza di cose e di geografia le sue peculiarità. La Sardegna conta la stessa superficie della Sicilia ma con poco più di 1,6 milioni di abitanti. Oltre l’insularità, la bassa densità che caratterizza la stragrande maggioranza della superficie e una percentuale rilevante della popolazione (30,8%, oltre mezzo milione di abitanti) suddivisa in piccoli centri (314 Comuni su 377 < 5.000 abitanti) sono elementi che costituiscono enormi punti di forza. Si tratta, di fatto, di un distanziamento sociale implicito che permetterebbe di concentrare l’attenzione e gli sforzi sulla gestione dei maggiori centri urbani. Un enorme punto di forza da preservare e non disperdere, cosa che non è stata del tutto colta. Anzi.

Oltretutto è necessario vedere demograficamente la situazione anche da un’altra prospettiva. Il “vantaggio” temporale e demografico non deve rassicurare e l’attenzione deve rimanere massima. Perché? Non saranno Wuhan o Milano, ma alcune città sarde, proporzionalmente agli abitanti totali e alla capacità di carico del sistema sanitario, potrebbero costituire focolai devastanti. “Cagliari città” conta oltre 150.000 abitanti con una densità di 1.812 ab/kmq, Quartu (città metropolitana di Cagliari) ne conta 730, mentre la Città metropolitana nel suo complesso comprende 17 Comuni, 430.000 abitanti, per una densità di 345 ab/kmq. Sassari si ferma a 231, dato comunque non da poco considerando che è calcolato su un’estensione che, da sola, è pari a quasi la metà di tutta l’area metropolitana di Cagliari. Cosa significa questo? Che i pochi casi attuali in Sardegna, l’orografia e un distanziamento implicito possono passare da punti di forza a enorme sottovalutazione del rischio.

Precisato questo, il fattore insulare-nazionale avrebbe potuto essere sfruttato al meglio con un celere blocco in entrata oppure, sempre con tempo, la predisposizione di seri controlli in porti e aeroporti e l’apertura di una sorta di corridoio umanitario per il rientro controllato e gestito dei vari cittadini sardi presenti non solo in nord Italia e non solo nelle zone più interessate. Sono infatti decine di migliaia i Sardi presenti in Paesi europei i quali si trovano alle prese con Governi che sottovalutano il COVID-19 (principalmente perché non hanno ancora focolai) consentendo fino a pochi giorni fa, o anche poche ore, enormi eventi di massa e altro. Per avere un’idea delle tempistiche a livello mondiale nella gestione COVID-19 una previsione di contenimento è stata adottata in modo rigido dalla Russia da e verso la Cina nelle cinque province confinanti tra i due paesi già il 31 gennaio (sospensione visti, corridoio umanitario e quarantena obbligatoria).

Come noto, in Sardegna questo potenziale vantaggio è stato (in parte) disperso con l’arrivo incontrollato di migliaia di “vacanzieri” dalle zone rosse che hanno preso d’assalto le seconde case presenti nell’Isola, un afflusso paragonabile al periodo estivo che ha suscitato sdegno a livello popolare e anche forti rimostranze degli Amministratori locali. Interessate prevalentemente le seconde case ma non solo, come l’albergo di Tortolì che ha persino pubblicizzato un’offerta per fuga da COVID-19. Il titolare è stato denunciato.

Gli autodenunciati con la procedura prevista al momento sono circa 11.000 ma si può verosimilmente presumere che una parte di essi possa rimanere sommersa fatto che mette ancor più a rischio un fragile sistema sanitario.

Negli ultimi due giorni, oltre l’inasprimento delle misure di contenimento a livello statale, da segnalare la decisione del presidente della Regione Toscana di firmare l’ordinanza n° 10.  Questa prevede che chi è arrivato in Toscana negli ultimi 14 giorni dalle zone a rischio per ragioni non di lavoro, salute o necessità, debba far rientro immediato nel proprio domicilio, abitazione o residenza. Questo perché essi non possono avere sul territorio toscano il proprio medico o pediatra di famiglia, elemento cruciale nell’assistenza sanitaria garantita dal Servizio sanitario e, ancor più, in questo momento. Diversi dunque gli aspetti sui quali puntare per gestire al meglio la situazione nelle prossime settimane e prevenire l’insorgere di un focolaio in Sardegna.

  • controlli a tappeto su seconde case e località più interessate dal fenomeno turistico al fine di verificare concretamente eventuali non autodenunciati. Sono molti di più di 11.000 considerando che gli arrivi, anche con minore intensità, erano in corso da diversi giorni prima del clamore dei servizi giornalistici in porti e aeroporti isolani. Gli arrivi in nave erano su livelli estivi con migliaia di persone per sbarco. A questo si aggiunge anche che in una prima fase dei “controlli” questi sono stati applicati solo a Cagliari. Al momento numerosi di questi arrivi stanno ancora oggi letteralmente vagabondando come fossero in ferie in un atollo sterile e immacolato. È un comportamento irresponsabile e profondamente egoista.
  • allestimento di nuovi posti letto negli ospedali nei quali nel corso degli ultimi anni questi sono stati tagliati. Le strutture ospedaliere e i reparti sono già presenti e, di fatto, nell’emergenza potrebbero essere riattivati centinaia di posti letto in tempi rapidi;
  • ampia copertura di dispositivi di sicurezza individuali per personale medico;
  • i posti letto riattivati interesserebbero i piccoli ospedali e con loro i piccoli centri nei quali ruotano molti piccoli o micro Comuni. L’importanza di dotare questi piccoli ospedali è una funzione di decompressione nei confronti degli ospedali principali nei quali sono previste come anticipato tre Unità COVID-19 con terapie intensive (+60 unità);
  • la funzione di decompressione riguarda lo specifico l’emergenza COVID-19 e tutta la gestione sanitaria ad essa correlata nel senso che tutte le altre funzioni sanitarie ordinarie devono proseguire necessariamente nel miglior modo possibile;
  • le sale operatorie, o in molti casi le ex sale operatorie alla luce dei tagli alla Sanità sarda, possono essere più facilmente adibite a posti aggiuntivi di terapia intensiva o, laddove non si necessiti di posti di terapia intensiva, utilizzati per interventi chirurgici necessari nell’ordinario svolgimento di interventi che caratterizzano normalmente il sistema;
  • utilizzo strutture private presenti nell’Isola. È noto da diverse fonti che in Lombardia e non solo il sistema privato sia stato e sia piuttosto restio a mettere a disposizione posti letto, nonostante la drammaticità della situazione. In Sardegna, l’opposizione popolare e le critiche da più parti giunte negli anni all’integrazione sanitaria privata a scapito di quella pubblica potrebbero giocare un ruolo chiave di “lobbysmo all’inverso” e spingere a mettere a disposizione strutture private per l’emergenza COVID-19. Il Mater Olbia, ad esempio, non ha un Pronto Soccorso, ma l’Unità di rianimazione, e tanta voglia di darsi una pubblicità positiva in Italia e in Sardegna.
  • data la difficoltà a fare concepire a molti il rischio di uscire di casa e contrarre il COVID-19 potrebbe essere utile il passaggio nei Comuni isolani con megafono o altri mezzi al fine di invitare la popolazione ad attenersi alle indicazioni sanitarie, ripetendo e specificando le misure anti-contagio. Potrebbe avere un effetto deterrente e di “convincimento” soprattutto sui più anziani (ma non solo), i più esposti e spesso più testardi. Non è una cosa “simpatica” ma potrebbe essere utile, con dovuto tono e linguaggio. Come testimoniato da molti video su You Tube, in Lombardia è una pratica che si sta attuando con buoni effetti. Anche lì, difatti, nonostante il dramma conclamato in molti ospedali, in tante città e piccoli Comuni la popolazione è stata piuttosto restia fino all’ultimo ad osservare misure di contenimento. Va detto che al momento la popolazione sarda sembrerebbe aver risposto alla situazione emergenziale in modo relativamente composto e ordinato.

NOTA. Molto di quanto sopra riportato è stato appuntato nella notte tra l’11 e il 12 marzo. Il Piano straordinario approvato nella tarda serata di ieri dalla Giunta regionale e divulgato nella mattinata di oggi prevede più fasi a seconda dell’evoluzione dell’emergenza. La Ras con l’approvazione della Finanziaria destina 60 milioni di euro all’emergenza COVID-19. Una somma considerevole se si pensa alle condizioni sistema economico isolano e, per fare un raffronto, a quanto stanziato pochi giorni fa dalla Commissione europea per finanziare lo studio sul vaccino al COVID-19: 47,5 milioni di euro.

Qui il contenuto sommario in attesa della pubblicazione integrale della Del. 11/16: https://www.regione.sardegna.it/j/v/2568?s=405380&v=2&c=289&t=1