Sassari, Movimento Donne Libere: nell’esposto in Procura anche il caso di una oncologica tempiese

Sassari, una delle tante iniziative del Movimento
Sassari, una delle tante iniziative del Movimento

Sassari, Movimento Donne Libere: nell’esposto in Procura anche il caso di una oncologica tempiese

Sempre in lotta il movimento Donne Libere per il Diritto alla Salute. Dalla denuncia-appello lanciata alcune settimane fa riguardo le condizioni di assistenza sanitaria ai tempi del Coronavirus sono scaturite numerose segnalazioni. Sono infatti tanti i casi di pazienti, spesso oncologiche o oncologici, che si sono visti procrastinare visite di follow-up e altri accertamenti a causa dell’emergenza Covid-19. A distanza di circa tre mesi dal primo lock-down ed entrati nella cd “Fase due”, le cose purtroppo tardano a migliorare per le fasce di popolazione più esposte e vulnerabili a livello sanitario.

Il movimento Donne Libere, assistite dal legale Michele Zuddas, ha presentato una formale denuncia alla Procura di Sassari. Tra le segnalazioni e denunce arrivate all’attenzione delle attiviste anche un caso di Tempio Pausania. Si tratta di una paziente oncologica cinquantenne che di recente si sarebbe vista negare le cure nell’ospedale Giovanni Paolo II di Olbia. La donna ha di fatto saltato l’appuntamento fissato da tempo e regolarmente confermato poco prima, finendo per doverne fissare uno nuovo.

Si tratta solo di uno dei tanti episodi in disservizi e ritardi motivati da lunghe liste di attesa e “solo urgenze” che all’epoca del Covid-19 hanno incancrenito una situazione sanitaria già critica. Basti pensare che la Tac per la paziente tempiese in questione è stata programmata ben cinque mesi fa. All’Ospedale di Olbia, inoltre, non vengono effettuati i marker tumorali che la donna ha dovuto effettuare di conseguenza a Cagliari.

Il Movimento, nato agli inizi del 2017 in forza delle proteste e richieste delle tante pazienti senologiche per l’istituzione della Breast Unit a Sassari, è sempre molto attivo e in questi mesi ha raccolto numerose e spesso drammatiche informazioni. “Avendo raccolto numerose ed importanti testimonianze da tutta la Sardegna, si è così deciso di prendere informazioni presso uno Studio Legale circa la possibilità di presentare, come Movimento, un esposto alla Procura della Repubblica, depositato in data odierna c/o la procura di Sassari, corredato di numerose memorie autografe, relative alla negazione del diritto alla salute, di cittadine e cittadini sardi a conoscenza dei fatti, che sono ora a disposizione delle Autorità Competenti” – ha dichiarato il Movimento in una nota stampa a margine della presentazione dell’esposto.

Macomer, CPR: continua la rivolta dei detenuti senza reati e senza accuse

Macomer, CPR: continua la rivolta dei detenuti senza reati e senza accuse

Si diffonde integralmente il comunicato stampa firmato da ASCE – Associazione sarda contro l’emarginazione – e la
Campagna LasciateCIEntrare in merito alla dura rivolta in corso all’interno del CPR di Macomer

Da mesi denunciamo la vergogna che rappresenta l’esistenza del CPR di Macomer: uno spazio completamente fuori dal diritto, un buco nero dove spariscono persone, democrazia e diritti umani, nella opacità di una gestione omertosa. Una gestione che isola i reclusi dal mondo esterno ed erige una coltre di silenzio impenetrabile intorno al perimetro della prigione. Una prigione per persone che non hanno commesso alcun reato, dove si viene arrestati sulla base del mancato possesso di un permesso di soggiorno che lo Stato stesso sceglie di non concedere, con la scusa di effettuare un rimpatrio che attualmente non può in nessun modo essere eseguito a causa del Covid-19.

Data l’opacità estrema del CPR, solo con gesti estremi sembra sia possibile tentare di forare la cappa di silenzio, la feroce indifferenza di noi tutti a questa orribile, inutile sofferenza inflitta a degli esseri umani, per l’unica colpa di essere entrati in Italia senza essere europei, o ricchi.

Così in questi giorni, ancora una volta, gli internati sono stati costretti a inscenare una protesta clamorosa per potere spingere la propria voce aldilà delle sbarre. Fino a ieri sera circa 20 persone erano sul tetto del CPR, mentre una decina ha iniziato uno sciopero della fame. Questa è solo una delle numerose proteste che continuano a segnare la vita ordinaria di questo centro di detenzione per gli stranieri senza permesso di soggiorno, in attesa del rimpatrio nei loro paesi di origine. L’ennesima protesta annunciata in uno spazio che nasce come luogo di segregazione e violenza, e non conosce altra possibile destinazione d’uso.

Proviamo a immaginare cosa vuol dire: l’assurdità kafkiana di essere arrestati senza avere fatto niente né essere accusati di niente, l’incertezza sul proprio futuro, l’impossibilità di comunicare con l’esterno, se non in rari casi, il cibo immangiabile, l’essere costretti a protestare persino per essere curati, il restare tutto il giorno senza fare niente perché non è prevista nessuna attività ricreativa, il non poter possedere neanche una penna per scrivere una lettera ed essere costretti a guardare la tv in una sala senza sedie. Alla domanda: «come va lì dentro?», queste sono le risposte dalle persone recluse nel CPR.

In queste condizioni la disperazione ha inevitabilmente il sopravvento, spingendo anche ad atti estremi come quello di J., cittadino marocchino che, da pochi giorni, ha deciso di non mangiare più cucendosi la bocca. In risposta a questa forma di protesta, drastica ma pacifica, J. è stato preso con la forza e trascinato violentemente per terra fino all’infermeria, gesto che ha provocato l’acuirsi della protesta dei suoi compagni, che hanno deciso di sostenerlo salendo sul tetto del CPR per far sapere al mondo circostante quello che stava accadendo.

Ieri notte hanno deciso di scendere dal tetto accettando di discutere sulle condizioni del centro, ma niente è cambiato: “oggi è esattamente come ieri”, così ci dicono dal CPR.

La protesta non si è interrotta, continua lo sciopero della fame, J. continua ad avere la bocca cucita e altri minacciano di seguire il suo esempio.

«Siamo disperati. Qui siamo alla fine», ci dicono. Ci chiedono di ascoltare la loro voce, di essere trattati come esseri umani, di poter tutelare i loro diritti di PERSONE. Il rispetto dei diritti umani fondamentali di queste persone passa inevitabilmente per la loro liberazione e la chiusura di questo spazio al di fuori del diritto.

Lo ribadiamo: la presenza dei CPR è una intollerabile minaccia per l’ordinamento democratico dello Stato italiano, finché esisteranno spazi del genere, dove la regola è l’arbitrio del più forte, il silenzio delle vittime, il lucro di privati sulla violenza di Stato, nessuno potrà realmente considerarsi al sicuro.

I CPR DEVONO ESSERE CHIUSI. Cominciamo da Macomer.

Firmatari:
ASCE – Associazione sarda contro l’emarginazione
Campagna LasciateCIEntrare

Tempio, la Bottega del Mondo: una generazione di etica e solidarietà

Tempio, la Bottega del Mondo: una generazione di etica e solidarietà

Una generazione di etica e solidarietà. Da quasi vent’anni, infatti, la Bottega del Mondo di Tempio Pausania è caratterizzata per le attività di commercio equo e solidale con prodotti provenienti, in particolare, dal Sud del Mondo. Un commercio improntato alla ricerca della sostenibilità sotto diversi aspetti. Dal rapporto uomo-ambiente a quello tra produzione e commercio, il tutto all’interno di un quadro di rapporti civili e pacifici tra le popolazioni del Nord e Sud dell’umanità. Quest’ultimo legame è richiamato anche nella stessa denominazione dell’Associazione Nord-Sud che opera nella Bottega a titolo di esclusivo volontariato.

Le volontarie e volontari – che negli anni hanno partecipato spesso ad iniziative contro la guerra – dopo la aver operato per lungo tempo nella sede storica di Via Settembrini, gestiscono da alcuni anni l’accogliente angolo solidale di Via Piave. Nella Bottega si può trovare una vasta gamma di prodotti. Dagli alimentari – con il cous-cous palestinese o il caffè messicano per fare alcuni esempi – ai libri su temi quali agricoltura biologica e fairetrade passando per il piccolo artigianato proveniente da Africa, Asia e America Latina.

La Bottega del Mondo è aperta al pubblico da lunedì al sabato, dalle ore 10 alle 12 e dalle 17:30 alle 19. Per informazioni il numero di riferimento è 333-4283503.

Crisi COVID-19, La realtà che ci circonda: l’appello di artisti e intellettuali sardi

Il seguente appello è promosso da operatori della cultura e intellettuali sardi e diffuso primariamente dal sito Indielibri

LA REALTÀ CHE CI CIRCONDA

Gli artisti sardi, e in generale tutto il mondo della cultura in Sardegna, hanno risposto alla crisi sanitaria in maniera molto generosa, mettendo spesso a disposizione gratuitamente le loro opere, prestandosi a partecipare a eventi culturali online a titolo gratuito per rendere meno pesante gli effetti del distanziamento fisico che, in tutto e per tutto, rischia di compromettere il nostro modo di vivere la socialità e il nostro modo di usufruire della cultura.

Oggi tutto il mondo della cultura rischia di subire un contraccolpo mortale per via delle misure governative che impediscono qualsiasi tipo di assembramento. È soprattutto la cultura indipendente, quella che si muove dal basso e senza nessuna forma di sostentamento a subirne le maggiori conseguenze. Sono tutti coloro ai quali il lockdown ha già ridotto o annullato la capacità di reddito e a cui il futuro non promette alcuna garanzia di sopravvivenza dignitosa.

In balia della curva del contagio, che può prevedere nuove e urgenti misure di confinamento alternate a deboli e confuse riaperture , la sorte del settore culturale si presenta assolutamente incerta. Una condizione per cui già si prospettano soluzioni classiste ed elitarie con riduzione del pubblico e un aumento dei costi degli spettacoli. La cultura diventerebbe così appannaggio delle classi più abbienti, mentre il popolo potrà fruirne solo attraverso i monitor di pc e smartphone, perdendo così il contatto umano e la relazione che invece questa promuove, in ogni sua forma. A quel punto il distanziamento sociale sarebbe compiuto, in barba a un più razionale e democratico distanziamento fisico rispondente a una emergenza limitata nel tempo.

L’APPELLO AL REDDITO DI DIGNITÀ

In Sardegna, il mondo dello cultura indipendente, conscio delle difficoltà che incombono sul futuro, rivolge alla società un appello affinché venga garantita la sopravvivenza di ogni forma di espressione artistica, la libera circolazione e fruizione della cultura e della creatività per tutti e tutte.


Chiediamo alla politica un impegno concreto. La garanzia di un reddito mensile di dignità per un valore minimo superiore alla soglia di povertà. Un reddito minimo garantito a chiunque ne abbia bisogno, non solo agli operatori della cultura ma a tutte le persone le cui condizioni di vita non siano sostenibili individualmente. Un reddito minimo di dignità non vincolato dunque al nucleo famigliare o allo svolgimento di un lavoro che non garantisce l’autosufficienza economica ma stabilito su base individuale, a garanzia di vita una dignitosa.

I provvedimenti esistenti costituiscono un sostegno al reddito durante il lockdown, ma non offrono risposte sufficienti a coloro che già prima dell’emergenza sanitaria si trovavano in situazioni lavorative precarie, atipiche o informali, cioè a coloro che maggiormente subiranno gli effetti dell’incipiente crisi economica.

Siamo consapevoli del rischi che la nuova normalità potrà essere ben peggiore della vecchia se non forniremo a tutte le persone uno strumento in grado di fronteggiare l’aumento dei livelli di disoccupazione e di precarietà che si prospettano ed è per questo che chiediamo subito un reddito di dignità. Un reddito capace di contrastare le crescenti disuguaglianze sociali e che offra ai lavoratori un maggior potere contrattuale, un reddito che freni la compressione dei salari e la polarizzazione delle ricchezze, un reddito che affermi nuovi criteri di giustizia ed equità sociale.

L’APPELLO AL LAVORO GARANTITO

La crisi sanitaria ha determinato la sospensione di tutte le manifestazioni organizzate nonché gli eventi in luogo pubblico o privato. Gli operatori della cultura non hanno più alcuna certezza di poter vivere del proprio lavoro. La cultura – una parte fondamentale delle vite di tutte le persone –, rischia di scomparire o quantomeno di subire un drammatico ridimensionamento. Per questo chiediamo l’intervento della Regione in questo settore, per far sì che ogni operaio della cultura possa continuare a vivere del proprio lavoro.

Chiediamo alla Giunta Regionale della Sardegna l’impegno di programmare da qui ai prossimi tre anni un intervento strutturale a favore del mondo della cultura, abbattendo ostacoli burocratici e detassando ogni genere di spettacolo e manifestazione artistica. Una programmazione culturale che coinvolga attivamente i 377 comuni dell’isola, che valorizzi anche la lingua e la cultura sarda, i tanti bravi artisti locali, la prolifica cultura indipendente isolana. Una programmazione costruita davvero sul territorio e il suo diritto di decidere e valorizzarsi, e che dia maggior risalto alle realtà artistiche locali, quelle minori e spesso più penalizzate.

Chiediamo un piano per la cultura che permetta a tutti i festival e alle svariate manifestazioni artistiche, espressione della vitalità e della produzione artistica sarda, di non scomparire, uccise dalla burocrazia e da provvedimenti eccessivamente penalizzanti e restrittivi, prima ancora che dalla crisi economica. Chiediamo di poter lavorare in sicurezza, garantendo a noi e al nostro pubblico di riprenderci il diritto alla cultura e alla socialità, in questi mesi spesso vituperata in maniera illogica e del tutto irrazionale

Chiediamo infine l’eliminazione di tutti i divieti e impedimenti agli spettacoli e alle arti di strada, agevolandone e incentivandone invece lo svolgimento attraverso un coinvolgimento diretto dei comuni, “liberando l’arte”, concedendo spazi pubblici, sostenendo gli artisti e la fruizione pubblica dei loro spettacoli. Un nuovo modo di vivere la dimensione della socialità e di riappropriarci delle strade e delle piazze delle nostre città e dei nostri paesi, pur garantendo le norme di sicurezza fintanto che permarrà il pericolo da contagio.

Chiediamo alla società civile, agli artisti, alle associazioni, a tutte le categorie produttive di dare pubblico sostegno a queste nostre richieste. Chiediamo un impegno della Regione Sardegna finalizzato a garantire il lavoro di tutto il mondo della cultura sarda. Chiediamo di sostenere l’appello al reddito di dignità e al lavoro garantito per tutti e per tutte.


La cultura è vita, la cultura non deve morire.

FIRMA L’APPELLO!

Le adesioni possono essere inviate all’indirizzo: indielibri@gmail.com indicando nome, cognome, qualifica professionale e numero di telefono (il numero telefonico non sarà reso pubblico). 

https://www.zinzula.it/crisi-covid-19-la-realta-che-ci-circonda-lappello-di-artisti-e-intellettuali-sardi/?fbclid=IwAR2ls2p9LfbZmuG3XaPGNx4CT89HKCThNfvz270GHKByJHaJF-kGkcDyLFs

Sassari, Donne in Lotta per il Diritto alla Salute: dramma per oncologiche e altri pazienti al tempo del Coronavirus

Sassari, Donne in Lotta per il Diritto alla Salute: dramma per oncologiche e altri pazienti al tempo del Coronavirus

Come pazienti oncologiche e portavoce delle tante donne e uomini che ci segnalano i molti disservizi riscontrati in questi due ultimi mesi della sanità pubblica sassarese, vogliamo ancora una volta manifestare il nostro profondo dissenso e grandissima preoccupazione riguardo l’interruzione a seguito dell’emergenza Coronavirus, che a noi è parsa arbitraria, da parte delle Direzioni Sanitarie AOU e ATS di Sassari. Molte di noi pazienti oncologiche senologiche e tante altre persone, dalle quali abbiamo ricevuto continue segnalazioni e proteste, abbiamo vissuto in prima persona la più grande delle discriminazione come pazienti oncologiche e non solo. Infatti pur avendo garantito le terapie oncologiche e radiologiche, che hanno slittato solo di pochi giorni, sono state invece bloccate, e rimandate a data da stabilirsi, le visite di controllo programmate in Follow Up della SMAC: ecografie, visite cardiologiche, ginecologiche, controlli radiologici, interventi chirurgici e controlli strumentali per il carcinoma mammario, screening seno, utero, colon e tutto ciò che riguarda la prevenzione sia della malattia, sia delle recidive.

Stesso destino è toccato a tante persone affette da altre gravi patologie cardiache, polmonari, renali ecc. Interi reparti aperti solo ai ricoverati e sbarrati per noi. Spesso l’abbiamo scoperto presentandoci ai controlli o telefonando, perché nessuno ci ha avvisato. Va da sé che se non ci ammaleremo di Coronavirus potremmo ammalarci, o ricadere nella precedente malattia o in nuove anche peggiori, a causa dei mancati controlli. Sappiamo dalla cronaca che queste gravi criticità sono comuni ad altre strutture pubbliche sanitarie sarde, ma come mai non lo sono state proprio in quelle regioni a grave rischio contagio, Lombardia e Veneto, in cui in questi due mesi i controlli di tutte le pazienti e i pazienti a grave rischio: oncologici, cardiopatici, diabetici, nefrologici, con insufficienza respiratoria grave, sono stati garantiti? Ovviamente per garantire la sicurezza reciproca operatori-pazienti, è stato fatto a tutti prima il tampone o il test sierologico e i controlli ematici necessari. 

Ci domandiamo, e lo domandiamo alle Direzioni Sanitarie competenti, come mai a Sassari e in Sardegna non sia stato seguito lo stesso protocollo invece che abbandonare i pazienti allo sconforto e alla paura di un incerto domani. Infine, se non si profili, nella negazione di un diritto alla salute e alle cure (non solo per il Coronavirus) e in questa immotivata interruzione di pubblico servizio essenziale, un abuso da parte dei vertici, ai quali chiediamo conto di ciò che sta succedendo, che speriamo ci rispondano immediatamente e in maniera soddisfacente. Diversamente sarà compito di chi preposto, verificare la legittimità delle decisioni prese sulla nostra pelle. 

Movimento Donne Libere in Lotta per il Diritto alla Salute – Fèminas in Lùta pro su Deretu a sa Salude, noi che non aspettiamo l’8 marzo. La Portavoce, Luana Farina.

COVID-19, il progetto CoVstat. Luigi Giuseppe Atzeni: Sardegna con R0 a 0,89

COVID-19, il progetto CoVstat. Luigi Giuseppe Atzeni: Sardegna con R0 a 0,89

Circa un mese e mezzo fa muoveva i primi passi CoVstat. Questo blog lo ha seguito dagli esordi in quanto il progetto è nato grazie ad un giovane sardo emigrato nel nord Italia, Luigi Giuseppe Atzeni, e il collega molisano Vincenzo Nardelli. Più volte i due giovani promotori hanno fatto appello a nuove competenze che potessero sviluppare con loro il progetto CoVstat.

In concomitanza delle misure restrittive introdotte il 9 marzo e la rapida crescita dei contagi, due giovani avevano avviato un monitoraggio in base ai dati della Protezione Civile utilizzando una rivisitazione del modello epidemiologico SIR (Kermack – McKendrick). In quel momento i decessi totali erano poche centinaia e i contagi circa 9.000.

Il lavoro di monitoraggio e previsione sulla diffusione del Covid-19 è diventato noto nelle ultime settimane in quanto le analisi sono state riprese da numerose fonti di informazione. All’origine del progetto – inizialmente divulgato e aggiornato unicamente sui profili Facebook degli autori – la collaborazione tra il tempiese Luigi Giuseppe Atzeni e il collega Vincenzo Nardelli. Prime parole d’ordine: fare gruppo e interdisciplinarietà.

Nel giro di alcuni giorni ai due giovani si sono unite numerose altre competenze. CoVstat è stato affinato di giorno in giorno predisponendo anche un sito dedicato. Il portale https://covstat.it/ è servito anche per migliorare sempre più l’aspetto divulgativo e “socializzante” del lavoro. La parte bibliografica e analitica è stata sviluppata con una imprescindibile fruibilità di massa delle informazioni e dei concetti espressi, unico modo affinché quante più persone possano accrescere la propria conoscenza e intraprendere percorsi di ragionamento e analisi. Parafrasando il protagonista di un celebre film di Sean Penn: la conoscenza è utile solo se condivisa.

Il progetto è cresciuto numericamente e ad Atzeni e Nardelli si sono aggiunti diversi collaboratori in diverse aree di attività. In quella statistica, lo scienziato Andrea Palladino, i giovani ricercatori Alice Giampino e il colombiano Nicolas Estrada, oltre al prof. Giuseppe Arbia, ordinario di Statistica economica all’Università Cattolica e membro del Consiglio direttivo della Società Italiana di Statistica. Anche per Arbia la parte socializzante è altrettanto importante e il suo lavoro scientifico si accompagna ad interessi e attività nel campo letterario e teatrale. Nell’area sanitaria collaborano Marco Rao e Massimo Magi mentre quella comunicativa e divulgativa è curata dalla Tombolini&Associati, start-up fondata da Antonio Tombolini la quale, tra gli altri, vede un filosofo operare nel campo dell’analisi strategica.

Oltre la diffusione di un breve Manifesto – “La conoscenza ci difende dalla paura” – il team di CoVstat ha messo a disposizione numerosi collegamenti a biografia specializzata, database e altre informazioni utili. Il progetto è cresciuto sotto diversi punti di vista. Sono state separate le sezioni Epidemia Italia ed Epidemia Regioni, l’R-0 e gli andamenti delle curve sono stati presentati in fruibili grafici dinamici con puntuale indicazione cronologica delle decisioni prese a livello governativo in alcuni momenti precisi. È cresciuto il grado di dettaglio e affidabilità, in quanto la mole dei dati è naturalmente aumentata e il modello è stato migliorato e arricchito di giorno in giorno. Al tempo stesso è stata curata con altrettanta attenzione scientifica la parte divulgativa e sociale, sviluppando nuove sezioni del portale: blog, forum dedicato al confronto, una press room. Ciò che accomuna i due fondatori del progetto è difatti il forte interesse nella data literacy,traducibile con alfabetizzazione dei dati.

Ne abbiamo parlato brevemente con Luigi Giuseppe Atzeni.

Salve Luigi. Sei un ex studente del Liceo Giovanni Maria Dettori di Tempio, hai proseguito i tuoi studi in Italia dove vivi e lavori. Di cosa ti occupi attualmente in Boraso e nell’associazionismo?

Ciao Luigi, grazie per l’invito. Attualmente in Boraso, agenzia di marketing, faccio il Data Analyst. Mi occupo quindi di studiare dati legati al mondo dell’e-commerce e di applicare metodi di analisi per ottimizzare le prestazioni di vendita online di aziende di diversi settori. Ho qui l’opportunità di applicare parte delle conoscenze acquisite durante i miei studi nei corsi di statistica e data analysis presso l’Università Cattolica di Milano. È proprio dall’ambiente universitario che è nata Data Network, https://datanetwork.xyz/ l’associazione del quale sono co-fondatore insieme a Niccolò Golinelli e Vincenzo Nardelli. L’obiettivo di Data Network è quello di creare una rete eterogenea di professionisti e studenti legati al mondo dei dati, con una missione ben precisa: diffondere la Data Literacy.

Vivi in Lombardia. Spesso si parla di dati Covid-19 come un unicum. In realtà il focolaio – l’outbreak – è circoscritto, cioè la maggior parte dei dati (contagio e soprattutto mortalità) si addensa in alcune province lombarde. Cosa può aver contribuito? Sembra determinante anche una sottovalutazione, quando non macroscopici errori, a fine febbraio, come sta emergendo da alcune inchieste giornalistiche.

I fattori sono molteplici, sicuramente il fattore principale è il fatto che le province lombarde sono quelle con un più alto traffico industriale, che corrisponde ad un tasso di mobilità interno molto più alto rispetto alle altre regioni. Questo è confermato anche dai dati degli ultimi giorni che dimostrano come le regioni nord-occidentali stanno registrando ulteriori incrementi nel numero degli infetti nonostante il resto d’Italia sembra aver ormai raggiunto, e in parte superato, la fase di plateu.

Rispetto alle previsioni di fine febbraio, voi stimate un numero di contagi più che dimezzato rispetto al controfattuale “nessun intervento”. Possiamo dividere in macro-fasi l’evoluzione Covid-19 e il contestuale sviluppo del progetto CoVstat?

Sul nostro sito abbiamo provato a inserire in alcuni grafici le fasi decisive dell’epidemia, scandite parallelamente dai vari DPCM. Da queste rappresentazioni è chiaro l’impatto che le decisioni governative e il rispetto di esse da parte di tutti i cittadini, hanno avuto sull’evoluzione dell’epidemia. Dopo un primo periodo di crescita esponenziale, non controllata, grazie all’intervento delle misure restrittive siamo riusciti ad arrivare dopo circa 50 giorni alla cosiddetta fase di “plateu”, la fase in cui il ritmo di crescita dei contagi ha raggiunto i suoi minimi. Lunedì (20/04), per la prima volta dall’inizio dell’epidemia, il numero totale di infetti a livello statale è inferiore a quello che si aveva ieri. Ma la situazione cambia da regione a regione. Un indicatore al quale noi abbiamo dato parecchia importanza per monitorare l’evoluzione dell’epidemia è l’indice R0 che indica quante persone sane vengono potenzialmente contagiate da una persona infetta. All’inizio dell’epidemia questo indice, a livello statale, superava il valore 4, adesso registriamo un R con zero pari a 1.01. L’obiettivo è arrivare il prima possibile sotto la soglia del valore 1, ma la vera fine dell’epidemia arriverà solo quando questo indice raggiungerà il valore 0.

CoVstat ha avuto uno sviluppo davvero molto rapido le quali fasi stento a differenziare. Da una prima dashboard prodotta da me e Vincenzo Nardelli ci siamo ritrovati il gruppo si è velocemente allargato inserendo figure professionali come professori ordinari e ricercatori di statistica, ricercatori astrofisici, e, grazie a Tombolini & Associati, ricercatori di economia, filosofi e medici. Ci siamo concentrati prima sull’evoluzione dell’epidemia a livello statale e dopo qualche settimana, una volta registrati dati a sufficienza, abbiamo implementato anche analisi a livello regionale. Parallelamente ai modelli epidemiologici sono stati portati avanti anche modelli economici che studiano gli effetti di questa crisi in paragone alle crisi maggiori dell’ultimo secolo. Stiamo attualmente lavorando su alcuni studi sulla situazione internazionale, in particolare quella europea.

Veniamo alla nostra casa: la Sardegna. Quando e come riaprire, modello da sperimentare, scarsa densità di buona parte dell’Isola. I quesiti sono tanti. I casi sono davvero molto contenuti, anche se spicca la pessima gestione a Sassari. Che idea ti sei fatto? L’Isola non era presente in alcune parti di CoVstat per mancanza di dati.

La novità odierna è quella che abbiamo aggiunto una nuova sezione dove analizziamo le singole regioni, in particolare dove analizziamo l’indice R0. Questo valore indica quante persone sane vengono potenzialmente contagiate da una persona infetta. Nel grafico allegato è rappresentata l’evoluzione di questo indice nella nostra Isola nell’ultimo mese. La notizia positiva è che siamo passati da un valore vicino a 4 ad un valore aggiornato a ieri pari a 0,89. Questo significa tecnicamente che l’epidemia in Sardegna ha appena iniziato la sua discesa, come dimostrato dal decremento del numero di infetti attivi di questi ultimi giorni (oggi meno 4). Ciò è stato possibile solo attraverso il rispetto delle misure di contenimento; in caso contrario avremmo avuto una crescita esponenziale dei contagi, con gran parte dell’Isola infettata in pochissimo tempo. Ma attenzione, non è il momento di abbassare la guardia, né tantomeno quello giusto per parlare di una data precisa di riapertura. Dobbiamo fare in modo che l’R0, decresca sempre più velocemente e per questo è necessario rispettare attentamente le restrizioni, come fatto fino ad ora.

A screenshot of a cell phone

Description automatically generated

Prima e dopo il Covid-19, la Data Literacy: perché è importante?

Pensiamo a quanto fosse importante un secolo fa sapere leggere e scrivere. Molti studi classificavano i vari Paesi in base al tasso di alfabetizzazione nazionale che mostrava il livello culturale di ogni nazione. Saper interpretare e leggere delle informazioni era un lusso per pochi.  La Data Literacy l’alfabetizzazione sul trattamento dei dati, ossia la capacità di interpretare un dato e saperci trarre facilmente informazioni significative è il nuovo step che dobbiamo raggiungere, per non essere passivi alla pervasività delle informazioni che quotidianamente invadono le nostre interazioni. Lo scopo comune a Data Network e Covstat è dunque quello di generare e diffondere conoscenza in un periodo nel quale le nostre società sono ogni giorno vittime di infodemia e fake news. Io penso che la Data Literacy fosse importante dapprima del Covid19, ma solo con un fenomeno globale, che è riuscito ad entrare nelle case di tutti (alfabetizzati e non), ad ogni ora del giorno, ci rendiamo conto di quanto sia importante contestualizzare le informazioni e i dati che ci vengono mostrati quotidianamente.

Covid-19, più essenziale dell’azienda è la salute della forza lavoro

Covid-19, più essenziale dell’azienda è la salute della forza lavoro

È nota la riluttanza di Vincenzo Boccia, presidente della Confindustria italiana, riguardo l’attuazione di tempestive e drastiche misure al fine di contenere la diffusione del Covid-19. Nelle settimane passate associazioni datoriali, ma anche sindacali italiane e forze politiche, hanno spinto per non ridurre subito la produzione, accumulando un forte ritardo nel dotare la forza lavoro impiegata di adeguati strumenti di protezione, al pari di quanto accaduto sul versante pubblico negli ospedali. Nel dibattito su “chiusura o meno”, controlli e misure di sicurezza a tutela della forza lavoro sono passate in secondo piano. Oltretutto, fino ai primissimi giorni di marzo venivano lanciate campagne per non fermare movide e altro.

La situazione è inevitabilmente peggiorata nell’ultima settimana con la pendenza della curva simile ad una verticale, con nuovi contagi registrati nell’ordine di 4-5 mila al giorno e decessi per 600-800 unità, in larga parte nelle aree più colpite della Lombardia e Emilia Romagna. Tra l’altro, questo era un andamento previsto.

Si è invertito anche il meccanismo sovra-sotto stima. Fino a meno di due settimane fa il dibattito era ancora incentrato sulla retorica “anche con e non di Covid”. Oggi l’evidenza pratica è contraria, nei contesti più gravi del focolaio nord italiano, ma anche altrove, i morti possono essere sottostimati perché non ci sono mezzi per analizzare prontamente cause, circoscrivere l’ulteriore eventuale contagio e aggiornare i dati con precisione. Diversi i casi di solitari decessi in casa.

In questo contesto, il distanziamento sociale ha riguardato assembramenti pubblici, libertà individuali e collettive, larga parte dei servizi privati, piccolo-medio commercio e un’ampia schiera di servizi pubblici non essenziali. Alle limitazioni, anche tardive, delle attività economiche e di un’ampia fascia di popolazione fanno da contraltare molte realtà aziendali che, in una situazione sempre più critica, hanno proseguito la propria produzione. La forza lavoro impiegata non è stata e non è, di fatto, tutelata adeguatamente a scapito della salute pubblica che le norme, per altri molto restrittive, dovrebbero garantire.

Mentre liberi professionisti, commercianti, micro industrie e una larga parte di lavoratori pubblici e privati pensano al crollo delle proprie attività e redditi, alla libertà di movimento e altre restrizioni, una fascia di popolazione continua forzatamente a spostarsi e produrre, molto spesso senza dovute garanzie. La forza lavoro è stata scarsamente tutelata dal principio dell’epidemia e, anche dove queste tutele sono state previste, i tempi sono stati molto lunghi e i controlli piuttosto indulgenti. Ancora oggi, però, in grandi catene commerciali e industrie la tutela della forza lavoro è carente come lo è, si ribadisce, persino nel personale ospedaliero o socio-assistenziale di case di riposo e strutture affini.

Se è vero che il blocco totale del sistema socioeconomico può causare danni rimarginabili in anni e anni, se non decenni, è anche vero che realtà industriali e del grande commercio, se mal gestite, sono vere e proprie bombe sanitarie al pari di affollati bar e ristoranti, altre attività commerciali, servizi professionali e uffici pubblici. A questo si aggiunga che, in assenza di forti politiche redistributive, il debito contratto per sostenere i ceti più colpiti verrà ripagato nel tempo proprio dalle fasce più danneggiate acuendo nel corso dei prossimi anni diseguaglianze, già in forte crescita da almeno tre decenni. Insomma la domanda non è solo chi sta pagando di più ora ma anche chi pagherà maggiormente in futuro.

Se la situazione sarda non è paragonabile a livello industriale al nord Italia e all’espansione del relativo focolaio, sono comunque presenti alcune situazioni molto critiche come Saras-Sarlux e Vitrociset, considerate industrie strategiche e non bloccate dai diversi Dpcm, oltre alla tutela del personale del commercio e la triste condizione di quello di ospedali e residenze assistite, in particolare nel nord Sardegna. Oltretutto, in Gallura è presente un rilevante Distretto industriale sughericolo che, nonostante crisi e alterne vicende, conta ancora centinaia di operai e operaie. Focolai in alta Gallura sarebbero difficilmente gestibili in quanto l’ospedale di Tempio è sprovvisto di terapie intensive e sub-intensive mentre i nosocomi più vicini sono a decine di chilometri. La viabilità gioca un ruolo cruciale dal momento che si tratta della provincia più estesa di tutto lo Stato e l’Unione dei Comuni “Alta Gallura” è la più vasta di tutte le Unioni sarde e italiane.

Il virus non guarda fatturati o produzioni ma protezioni, fattori di contagio e profilassi. Se è vero come è vero vadano, anche e soprattutto in un momento di crisi, tutelate produzioni strategiche e, in generale, la tenuta socioeconomica della collettività, è altrettanto evidente che i costi sofferti da ampie fasce della popolazione non possono essere vanificati da centinaia di operai o commessi senza adeguata sicurezza. Questo è ancor più incoerente alla luce dell’intenzione di impedire – salvo dietrofront anche su pressione dell’ANCI Sardegna – autoproduzione in sconfinate campagne o limitare, secondo qualcuno, il contagio con sorveglianza militare o, ancora, scoraggiare comportamenti con droni parlanti e deficienti campagne di sensibilizzazione su “decisioni individuali”.

In un certo qual senso anche le decisioni organizzative della produzione sono comportamenti individuali delle proprietà di grande commercio e industrie e, come tali, dovrebbero conformarsi ad una responsabilità legale, sociale e di pubblica sicurezza. Il rischio concreto è quello dell’esplosione di focolai con conseguenti costi umani ed economici in seguito ancora maggiori, oltre all’esasperazione di tensioni e conflitti sociali dai risvolti difficilmente prevedibili.

Biciclette, corse e molte altre attività quotidiane possono essere, in larga parte, sacrificate per alcune settimane. D’altra parte, edulcorare il podista, il campagnolo in luoghi semi spopolati o chi vìola norme di sicurezza è demagogico se reparti ospedalieri registrano più personale contagiato rispetto alla popolazione, oltre numerosi contagi e decessi nelle case di riposo. È contraddittorio anche in relazione a reparti industriali o distribuzione commerciale dove non si assicura adeguata protezione alla forza lavoro. Questa garanzia non è certo un onere in capo ai lavoratori o lavoratrici stesse.

Il punto è quindi pratico: è possibile assicurare una continuazione della produzione, anche a regime ridotto, con la sicurezza della forza lavoro impiegata e, se sì, come le proprietà stanno garantendo questi standard di sicurezza? Chi sta eseguendo controlli? Che risultati stanno dando le verifiche? Ignorare, semplicemente, la questione non è una soluzione ma pura esternalizzazione sulla collettività. Il punto qui non è tanto l’essenzialità della produzione o la tenuta di un comparto, ma come l’attività specifica venga concretamente gestita in termini di procedure, sanificazione e protezioni. L’essere definita strategica o essenziale non deve mai essere ragione per allentare la sicurezza sulla forza lavoro impiegata.

Le responsabilità e i comportamenti in questione sono prima di tutto dirigenziali e organizzativi. Nei cd “comportamenti individuali”, accettandone l’espressione, rientra infatti un ampio e indefinito spettro di situazioni. Tutti i comportamenti hanno, sempre e comunque, conseguenze collettive seppur con gradazioni ed effetti diversi.  Dal singolo cittadino, al piccolo agricoltore o commerciante fino al grande industriale. Il Covid-19 e la capacità di carico degli ospedali sono insensibili ai fatturati.

Tempio, Covid-19: massimo allarme per il Paolo Dettori. La lettera di Gianni Addis

Tempio, Covid-19: massimo allarme per il Paolo Dettori. La lettera di Gianni Addis

“È con il massimo allarme che segnalo la situazione venutasi a creare nell’Ospedale Paolo Dettori di Tempio Pausania che, prima per il caso del reparto di Ortopedia, ora per ciò che sta accadendo nel reparto di Medicina, rischia di diventare un vero e proprio focolaio per la diffusione del virus. Giungono richieste di intervento da parte di medici e operatori sanitari che indicano la presenza di un paziente positivo nel reparto di medicina in isolamento che non è possibile trasferire nella sezione COVID-19, né possono essere dimessi o spostati gli altri pazienti ricoverati perché non sono disponibili tamponi da eseguire su di loro. A fronte di tale dato accertato, risulta che il reparto non è stato chiuso, non è stato sanificato, i pazienti sono tuttora ricoverati, i medici e il personale paramedico, gli OSS, oltre agli addetti dei vari servizi collaterali quali quello di pulizia, non sono stati sottoposti ad alcuna misura di sicurezza per limitare il contagio, non sono stati sottoposti a test con i tamponi rinofaringei, non sono stati isolati o messi in quarantena ma gli è stato detto di limitarsi agli spostamenti casa-ospedale per continuare il proprio lavoro”.

Con queste drammatiche e inquietanti parole si apre un vero e proprio grido d’allarme contenuto in una lettera di Gianni Addis, vicesindaco di Tempio Pausania. La situazione in cui versa in nosocomio gallurese è gravissima. Addis, anche a nome di tutti i sindaci dell’Unione Alta Gallura e del Distretto sanitario di Tempio, rivolge il suo appello direttamente e per conoscenza a tutte le autorità sanitarie e politiche, regionali e statali, incluse Prefettura e Procura della Repubblica.

“Il reparto di ortopedia – prosegue Addis – dove si è registrato il primo caso di positività di un paziente trasferito dall’ospedale di Nuoro, è stato sottoposto a sanificazione ma i medici e gli operatori non sono stati tutti sottoposti a tampone e continuano a frequentare gli ambienti ospedalieri”.

Tutti i Sindaci chiedono “con estrema urgenza ogni misura idonea a mettere in sicurezza del Paolo Dettori e di agire con ogni strumento ordinario e straordinario messo a disposizione dell’ordinamento statutario speciale della Regione Sardegna per evitare il diffondersi del contagio prima all’interno della struttura e poi nella popolazione. Sottoporre ai tamponi rinofaringei tutto il personale che ha operato nel reparto di Ortopedia dove si è registrato il primo caso di positività, e del reparto di Medicina dove è tuttora ricoverato il paziente positivo al virus, di adottare i protocolli di sicurezza previsti dalla legge e di vigilare sulla loro stretta osservanza. Tutto il personale dell’Ospedale venga rifornito di dispositivi di protezione individuale indispensabile per continuare a prestare assistenza e cure in sicurezza”.

Ad aggravare ancor più la situazione si aggiunge che nella giornata di sabato 21 sono decedute cinque persone nel territorio comunale: tre in ospedale, una in Hospice e una in abitazione. Dei tre decessi ospedalieri due casi sono attribuiti a POLMONITE BILATERALE – INSUFFICIENZA RESPIRATORIA ACUTA IN PAZIENTE CON POLMONITE. I tre decessi si sono verificati nel reparto di Medicina.

Inoltre Addis denuncia una “grave, inconcepibile e inammissibile totale assenza di comunicazione informativa istituzionale” e riferisce di una precedente nota del 16 marzo, inviata a seguito della presenza del già citato paziente positivo in Ortopedia. In quella occasione il vicesindaco aveva già segnalato le condizioni di estremo rischio a causa dell’assoluta mancanza di DPI chiedendo un intervento con estrema urgenza. La richiesta, però, è rimasta colpevolmente inascoltata e priva di riscontro.

La situazione nell’ospedale tempiese è a dir poco drammatica, come è molto alto il rischio di un focolaio di ampie proporzioni che vada a paralizzare completamente l’intera struttura e scopra del tutto un vasto territorio con oltre 35.000 abitanti. Non si può perdere un momento di più rispetto a quanto è già irresponsabilmente accaduto.

Le persone stiano a casa, quanto più possibile, stiano molto attente ma le autorità sanitarie devono porre rimedio immediato a quanto sta avvenendo al Paolo Dettori di Tempio. La lettera di Gianni Addis non lascia spazio ad interpretazioni. Non c’era tempo da perdere due settimane fa, è ora superfluo rimarcare l’estrema gravità della situazione a Tempio e in tutta l’Alta Gallura.

Olbia, Covid-19: caos al Giovanni Paolo II. Durissima denuncia di medici, infermieri e OSS

Olbia, Covid-19: caos al Giovanni Paolo II. Durissima denuncia di medici, infermieri e OSS

Il personale medico, infermieristico e OSS del reparto di Cardiochirurgia-UTIC-Emodinamica dell’Ospedale Giovanni Paolo II di Olbia ha inviato una durissima lettera al Direttore dell’ASSL Olbia, alla Direzione medica e ai diversi responsabili dei diversi Servizi (prevenzione, sicurezza ambienti di lavoro e sorveglianza dei lavoratori).

Una situazione a dir poco esplosiva con la missiva che denuncia “carente attenzione rivolta alle condizioni di lavoro e totale assenza di comunicazione da parte della direzione di presidio e autorità competenti” nonché un’insufficiente dotazione di presidi. I dispositivi di protezione individuale (DPI) – secondo quanto riportato – andrebbero ottimizzati con l’uso di semplici mascherine chirurgiche ma al contempo “il personale della direzione sanitaria circola per l’ospedale dotato di maschera FFp3 con valvola”.

Si apprende che il personale operante è potenzialmente infetto ma dopo ancora 72 ore non sono disponibili gli esiti dei tamponi che possano confermare o escludere la positività al Covid-19.

Nella lettera si denuncia anche il mancato screening del restante personale “nonostante siano trascorsi diversi giorni dai primi casi Covid-19 accertati in reparto Rianimazione e la presenza in reparto e sala emodinamica di due conviventi con soggetti positivi al Covid-19”.

Una situazione gravissima che spinge il personale a “declinare ogni responsabilità per eventuali danni a terzi derivanti dall’esercizio della nostra professione, che al momento viene svolta in condizioni inadeguate ma con la massima serietà e professionalità” – chiosa la lettera.

Covid-19, Sardegna: santi e soldati piegheranno le curve?

Covid-19, Sardegna: santi e soldati piegheranno le curve?

La diffusione dell’epidemia Covid-19 nel mondo, dall’11 marzo considerata Pandemia dall’OMS, registra 280.000 contagiati e circa 11.500 decessi. La maggior parte di questi come noto si conta in Cina (ex focolaio di Wuhan-Hubei) con più di 3.000 morti e nel nord-Italia con oltre 4.000 morti, di cui quasi due terzi in Lombardia. Nel complesso, su quasi 207.000 test eseguiti in Italia i positivi sono 47.021 mentre gli attivi 37.800. Dai casi positivi vanno infatti sottratti i decessi e 5.129 guariti. I ricoverati in terapia intensiva sono al momento 2.655.

Solo ieri si sono contati 627 decessi e la distribuzione del Covid-19 nel focolaio italiano assume un andamento pericolosamente verticale. Per avere un’idea indicativa, il numero di morti della sola giornata del 20 marzo è pari a tutti i decessi registrati dal 24 febbraio al 10 marzo (631).

Mentre medici ed esperti – o presunti tali – continuano irresponsabilmente a rilasciare dichiarazioni del tutto fuorvianti sulla pandemia, sull’aggressività del virus ai polmoni e su raffronti con anni precedenti, è del tutto confermata la previsione di Giorgio Parisi che due settimane fa parlava chiaramente del rischio di conteggiare in Italia molti più morti rispetto al focolaio cinese e, in assenza di misure drastiche, “bruciare” il vantaggio di 37 giorni rispetto all’andamento della curva di Wuhan.

In questo weekend arriverà in Italia personale medico specializzato da Cuba mentre in Lombardia è operativo da giovedì un team cinese. Durante la conferenza stampa di giovedì introdotto dal presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, ha parlato Sun Shuopeng, vicepresidente Croce Rossa Cinese. Il gruppo di esperti cinesi ha rimarcato le misure di contenimento troppo blande, lo scarso o improprio uso di mascherine e l’ancora eccessivo traffico riscontrato a Milano.

Non meno pericolosa la situazione a livello prettamente economico dove si segnala negli ultimi giorni la querelle sull’ipotesi “click day” per i 600 euro a beneficio dei lavoratori autonomi. Una sorta di procedura a sportello come per i bandi pubblici che ha contribuito ad esasperare la situazione in seguito alla pubblicazione del decreto “Cura Italia”. Una valanga di critiche al presidente dell’INPS, Pasquale Tridico, e al governo. L’ipotesi è stata ritirata nel giro di un paio di giorni.

Negli articoli precedenti si era dato conto, tra i tanti, dello sviluppo dell’attività di monitoraggio e previsione da parte di alcuni giovani ricercatori. Al progetto avviato dal tempiese Luigi Giuseppe Atzeni e dal collega Vincenzo Nardelli si sono in breve unite numerose altre competenze e il lavoro viene ampliato e affinato di giorno in giorno. È stato diffuso anche un breve Manifesto intitolato “La conoscenza ci difende dalla paura”. Nel link al progetto sono disponibili numerosi collegamenti a biografia specializzata, database e altre informazioni utili. Questo il link al progetto CoVstat https://covstat.it/

Nel frattempo in Sardegna lo scenario appare in netto peggioramento con una situazione più unica che rara. Da questo sito si era fatto appello a concentrare da subito l’attenzione sulla sicurezza del personale medico ed ospedaliero che avrebbe dovuto trattare la diffusione del Covid-19, anche alla luce delle condizioni di base del sistema sanitario sardo. I contagiati in Sardegna al 20 marzo sono 293 (su 1.912 test eseguiti), un incremento di oltre 80 casi nelle ultime 24 ore. Sono 2 al momento i decessi e 15 i casi in terapia intensiva (+6 rispetto al giorno precedente). A questi si aggiungono altri due decessi di sardi emigrati e inclusi nel dato italiano. Quasi tre contagi su quattro sono quindi registrati in provincia di Sassari e, complessivamente, circa il 50% dei contagiati è riconducibile a personale medico e sanitario. Un dato clamoroso che non ha pari nelle Regioni italiane, in Cina e, per quanto informazioni e dati siano parziali, non risultano situazioni raffrontabili in tutta Europa.

La solidarietà della popolazione sarda non è stata mai in discussione e sono numerose le iniziative che nascono ogni giorno. Da imprenditori e lavoratori che producono o donano decine di migliaia di mascherine a raccolte fondi e donazioni di varia natura che coinvolgono trasversalmente tutta l’Isola. Non c’erano dubbi su questo ma è intuibile non sia sufficiente né tantomeno sostenibile.

L’assessore alla Sanità della Regione Autonoma della Sardegna, Mario Nieddu, ha sminuito pericolosamente la diffusione del contagio negli ospedali con un “ci può stare” che ha raggelato il personale impegnato in prima linea e generato forti polemiche e inquietudine nella popolazione che nei nosocomi potrebbe dover andare per Covid-19 o per cure ad altre patologie non posticipabili.

Il governatore Christian Solinas, dopo i maldestri appelli al sentimento religioso popolare, ha chiesto ufficialmente allo Stato italiano l’intervento della Brigata Sassari per la gestione dell’emergenza Covid-19 in Sardegna. Non è dato sapere come questo ipotetico impiego di militari si dovrebbe inserire nella strategia della Ras e nel relativo Piano straordinario Codiv-19 approvato dalla Giunta meno di due settimane fa. Non è chiaro in cosa dovrebbero essere impiegati i militari e quale utilità concreta abbiano, se non – come denunciato da A Foras in un comunicato – “deviare l’attenzione da quelli che sono i reali e gravi problemi che sta incontrando il sistema sanitario sardo”.

Al di là delle retoriche militari e credenze personali di ognuno, è del tutto evidente che santi e soldati non incideranno sulla pericolosa pendenza che l’andamento del Covid-19 sta assumendo e non riusciranno a ridurre il tasso di contagio nei nosocomi isolani o doteranno di adeguate protezioni tutto il personale medico ed ospedaliero impegnato in una dura battaglia scientifica, civile ed organizzativa e non certo militare.