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“Le vite e i corpi nell’economia”. Sviluppo Umano ed economia di genere (di Antonella Picchio*)

Picchio Antonella

Intervista originariamente pubblicata da Editrice Socialmente (numero 9 – Dicembre 2011).

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Sviluppo Umano. Smith, Sen e l’Etica. Oltre l’utilitarismo (seconda parte)

sen_postcardDalla riscoperta di Smith alla confutazione dell’utilitarismo. Amartya Sen e l’Etica.

In “Etica ed Economia” (1987), Amartya Sen analizza in modo preciso ma con un linguaggio piuttosto semplice i limiti dell’economia come la conosciamo oggi, analizzando i principi fondanti il pensiero utilitarista.

  1. Comportamento economico e razionalità. L’economia neoclassica, all’interno dei suoi modelli di riferimento, ipotizza che il comportamento economico (behavioral economics) dei singoli individui sia razionale. Si suppone dunque che gli esseri umani si comportino razionalmente e, per assunto, si ritiene che il comportamento razionale coincida con quello effettivamente osservato. Chiaramente questa è una semplificazione economica e non coincide, come osservano Sen e altri, con la realtà che viviamo quotidianamente, con le sue contraddizioni, incertezze, rimpianti, cambi di decisione, sentimenti, desideri e passioni.È piuttosto intuibile come l’individuo freddamente razionale possa predominare nei libri di testo, ma il mondo reale nel quale l’animale sociale di Adam Smith si muove e prende delle decisioni è ben più ricco e complesso. Oltretutto, Sen osserva puntualmente due elementi di criticità dell’ipotesi di comportamento razionale degli individui nell’economia. Sen scandisce due passaggi. Il comportamento effettivo è caratterizzato attraverso un doppio processo: a) assumere, semplicisticamente, che il comportamento effettivo coincida con quello razionale e (come vedremo meglio successivamente) b) concepire la razionalità di un dato comportamento con termini ed una relativa scala valoriale alquanto ristretta.
  2. La domanda che viene da porsi, istintivamente, è: quando un comportamento viene considerato razionale o meno? In base a quali elementi possiamo determinare cosa sia razionale o meno? Il quesito, centrale, non è altro che l’esplicitazione di quanto detto in sub b). Come si può notare, le varie falle della teoria economica prevalente sono strettamente interrelate. Con razionalità si intende una coerenza interna di scelta e, dall’altro lato, la coerenza è concepita come massimizzazione dell’interesse personale da parte dell’individuo-decisore. È poco plausibile assumere la coerenza interna come condizione di razionalità in quanto se un individuo fa esattamente il contrario di ciò che lo aiuterebbe a ottenere ciò che vuole, e lo fa con una inflessibile coerenza interna, a ben vedere, difficilmente egli può essere considerato razionale. Questo buco concettuale, figlio di semplificazioni tipiche dell’economia moderna, implica che difficilmente l’ostinata coerenza dell’individuo possa essere considerata razionale, per quanto possa suscitare ammirazione nell’osservazione dato l’ardore e la tenacia di compiere l’azione “coerente”. Una scelta razionale dovrebbe comportare una corrispondenza tra ciò che si cerca di ottenere e il modo in cui si agisce per conseguirlo. In caso contrario, la coerenza interna come elemento di razionalità è pretestuoso e difatti la teoria economica cerca di far quadrare questi elementi introducendo la così detta funzione di utilità da massimizzare. Funzione che, per quanto il termine risulti affascinante e le elaborazioni matematiche alquanto complesse, in concreto poco e nulla ci dice circa ciò che l’individuo stia cercando “di massimizzare”.
  3. Con l’interesse personale e la sua massimizzazione, oltreché riguardare un aspetto interno come poc’anzi esposto, si fa riferimento ad una corrispondenza esterna tra le scelte compiute dall’individuo, ovvero l’ambiente che lo circonda e il suo interesse personale “da massimizzare”. La critica in questo caso verte sul chiedersi perché dovrebbe essere specificatamente razionale perseguire il proprio interesse personale ad esclusione di qualsiasi altra cosa e, da questo, naturalmente segue il chiedersi quali rischi si corrano all’interno della nostra società se gli individui prendessero, in nome della razionalità e dell’interesse personale, decisioni che unicamente pongono il proprio interesse personale sopra ogni cosa. Non è errato affermare che la massimizzazione del proprio interesse personale sia, a linee generali, un elemento di razionalità per l’individuo che compie delle scelte. D’altro canto appare quantomeno irreale e potenzialmente deleterio, far coincidere con l’irrazionale tutto ciò che non massimizza il proprio interesse personale. Oltretutto ad un’assunzione così forte dovrebbe quantomeno seguire la specificazione su cosa sia il proprio interesse personale. È curioso notare che la maggior parte delle decisioni degli individui nei propri rapporti interpersonali potrebbero essere additate come totalmente irrazionali in quanto gli sforzi e le azioni compiute non mirano alla massimizzazione di un interesse personale. Questo deriva dal fatto che gli esseri umani vivono in gruppi, o comunità, a loro volta spesso suddivisi in gruppi minoritari all’interno della stessa collettività. Ne consegue che l’equilibrio non sta nella massimizzazione di un appartenente al gruppo, ma dalla mediazione tra vari interessi riferibili a vari gruppi o persino ad un sacrificio del puro interesse personale per il benessere del proprio gruppo di riferimento. Appare dunque chiaro, ed è questo il focus del ragionamento che non viene colto dalla modellizzazione nell’economia mainstream, ovvero che gli esseri umani possano avere una pluralità di motivazioni e che il solo interesse personale, magari puramente monetario, non è in alcun modo sufficiente ad orientare le decisioni e guidare, in modo perfettamente univoco, le azioni. È infine opportuno notare come nella letteratura prevalente il pensiero di Adam Smith si basi sull’equivoco della dicotomia tra <egoismo> e <utilitarismo>. In realtà nell’espressione usata da Smith circa il proprio interesse personale si fa riferimento all’inglese “self-love”, ovvero amore di sé, cura di sé o, in altri termini, perseguimento del proprio benessere. Nei decenni addietro questo punto di vista è stato semplicisticamente e fraudolentemente trasportato in “self-interest”, che rappresenta la traduzione letterale di “egoismo”. In realtà, per Adam Smith “il benessere” è un concetto molto più ampio e ricco di sfaccettature rispetto alla semplice e astratta massimizzazione utilitaristica e questo è stato l’insegnamento maggiore del “Padre dell’Economia moderna”. Significativo a tal proposito l’incipit di Smith in Teoria dei Sentimenti Morali che racchiude questi concetti in poche ma significative parole.

Per quanto egoista lo si possa supporre, l’uomo ha evidentemente nella sua natura alcuni principi che lo inducono a interessarsi alla sorte degli altri e che gli rendono necessaria l’altrui felicità, nonostante ne ricavi alcunché, eccetto il piacere di constatarla.

Sviluppo Umano. Adam Smith, Capitalismo e Laissez-faire (prima parte)

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Sviluppo Umano. Dalla critica del pensiero alla critica dell’economia capitalista (Introduzione)

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Gli ultimi decenni hanno assistito al dilagare dell’utilitarismo economico e dei suoi stereotipi culturali in ogni ramo della società civile e della produzione, coinvolgendo anche quei settori storicamente associati a pubbliche funzioni per le quali – a grandi linee – ci si è sempre tenuti a debita distanza da approcci orientati al profitto individuale o di poche corporazioni.

Prima che Amartya Kumar Sen (di seguito Sen, Santiniketan, 1933 – vivente) si concentrasse su un nuovo modo di concepire l’economia, aprendo nuovi spazi di analisi e di dibattito economico e politico, ha analizzato una corposa letteratura pregressa. Un nuovo approccio economico (non un modello, meno che mai una ricetta) come lo Sviluppo Umano (di seguito SU) e le politiche pubbliche che ne conseguono non partono quindi dall’anno zero.

Gli studiosi dello SU hanno formalizzato ed esteso concetti già presenti nella Storia in generale e in quella del Pensiero economico nello specifico. Lo SU riguarda tutti gli ambiti fondamentali dello sviluppo economico e sociale, aspetti che per loro natura si trovano da secoli al centro della vita degli individui, ancorché in molti casi siano stati formalizzati e istituzionalizzati in tempi recenti mentre, a livello sostanziale, ancora oggi diffusamente si è lontani da un pieno compimento.

Ci si riferisce così alla promozione dei diritti umani e all’appoggio alle istituzioni locali, al diritto alla convivenza pacifica, alla difesa dell’ambiente e lo sviluppo sostenibile delle risorse territoriali, lo sviluppo dei servizi sanitari e sociali con attenzione prioritaria ai problemi più diffusi ed ai gruppi più vulnerabili, il miglioramento dell’educazione e dell’informazione della popolazione, con particolare attenzione all’educazione di base, lo sviluppo economico locale, l’alfabetizzazione e l’educazione allo sviluppo, la partecipazione democratica, l’equità delle opportunità di sviluppo e d’inserimento nella vita sociale.

I “segni” più visibili e comunemente conosciuti circa lo SU sono rappresentati con dalla nascita del Human Development Report da parte dell’ONU (1992) e il Premio Nobel all’Economia ad Amarthya Sen assegnato nel 1998.

Alcune radici filosofiche e logiche dell’approccio moderno allo Sviluppo Umano.

È opportuno precisare che le origini dello SU sono da rintracciarsi primariamente nella differenza di un giudizio valoriale sulla disciplina economica come parte integrata e integrante della ricerca sociale. Frequentemente si tende a risolvere la questione alla radice e affermare posizioni che tendono a sterilizzare l’analisi economica da qualsiasi giudizio etico e morale. Un celebre neoliberista, Milton Friedman, alla domanda sul ruolo sociale e le implicazioni etiche delle attività economiche rispondeva semplicemente che “lo scopo degli affari sono gli affari!” (gioco di parole: the business of business is business!).

Come si vedrà meglio in seguito, Sen non ha mai nascosto la propria ammirazione e  non ha mancato di attingere al contributo del “padre dell’economia” ed (erroneamente) fautore del moderno Capitalismo: Adam Smith.

Una prima premessa quindi va fatta piuttosto sul pensiero economico e su come l’economia venga comunemente percepita e istituzionalmente organizzata. La presenza di tematiche economiche in ogni fonte di informazione, esposte in modo più o meno rigoroso e con cognizione di causa variabile, ha portato nell’immaginario collettivo l’idea di un’economia totalizzante, ossessiva, vista prevalentemente come portatrice di nuove tasse, di nuove e vecchie “crisi” e sventure in genere. Il termine economia è diventato progressivamente un contenitore nel quale inserire le cause di un po’ tutto ciò che scontentasse l’opinione pubblica, sino a far inquadrare “l’economia” come autoreferenziale e astratta. Ciò ha originato due conseguenze principali e strettamente interrelate. La prima è stata far intendere l’esistenza di un unico pensiero economico e la seconda è il disinteresse crescente nel dibattito pubblico circa il pensiero economico e l’esistenza di una grezzamente nota “altra economia”. La progressiva finanziarizzazione dei rapporti economici e la speculazione monetaria hanno fatto il resto nel confondere l’opinione pubblica e creare grandi “luoghi comuni” economici. Progressivamente questi elementi hanno dato vita ad un paradosso all’interno dell’ampio mondo delle scienze sociali. Da un lato, alcune discipline sono state esaltate nel loro aspetto ingegneristico mentre dall’altro si sono svilite e stigmatizzate materie come la sociologia, la filosofia e l’antropologia. Ad essere formalmente precisi anche quanto appena scritto non è corretto: l’economia non è una disciplina a se stante e nell’ambito della ricerca sociale sono altrettanto fondamentali le materie oggetto di oscurantismo sopracitate e sono così fondamentali dal renderne persino pericoloso il distacco. In questo lo SU costituisce una sorta di ponte che riequilibri il peso delle varie discipline all’interno della ricerca sociale.

In senso stretto l’economia è una “disciplina multidisciplinare” in quanto gli studi economici affondano le loro radici nell’Etica, da un lato, mentre dall’altro si rifanno all’Ingegneria. Entrambe questi aspetti si ricollegano, gioco forza, alla Politica e oltre risalire a studiosi quali Adam Smith e Karl Marx, l’idea dell’economia al servizio della politica viene fatta propria già da Aristotele in Etica Nicomachea.

La concezione dell’economia al servizio delle scelte politiche è antitetica all’esaltazione del suo aspetto ingegneristico che degenera in forme di tecnocrazia statale e perde completamente la percezione della realtà a livello di peculiari sistemi socioeconomici meno estesi. In questo modo le scelte di politica economica che derivano dalla reale rappresentanza dei cittadini e di processi decisionali dal basso, vengono sostituiti dal volere e dagli scopi riferibili ai detentori dei mezzi di produzione in un preciso momento storico. Così facendo tali decisioni esulano sempre più dai processi democratici che dovrebbero essere in realtà essere ben più estesi e profondi.

Molti continueranno a pensare: cosa hanno in comune Etica ed l’Economia? Cosa possono avere in comune principi morali e soldi? Si potrebbe rispondere citando l’espressione diritto di proprietà, che rimanda da un aspetto giuridico-politico ad uno puramente economico-monetario. Il secondo è la diretta conseguenza del primo. Per questa ragione nell’insegnamento dell’economia spesso il punto di partenza non riguarda un elemento giuridico o politico. L’economia parte dal considerare date certe condizioni. Ad esempio, Y= f (K;L), nota come funzione di produzione dell’impresa. Questa equazione rimanda costantemente ad un sistema economico improntato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione. Questo non è l’unico approccio economico esistente e la funzione di produzione dell’impresa non è il fulcro sul quale basare il nostro sistema di vita.

Tale sistema discende da una specifica organizzazione giuridica e degli equilibri politici all’interno della società che, per definizione, non sono immutabili. Come si vedrà meglio in seguito, Etica ed Economia hanno molto in comune mentre, d’altro canto, gran parte degli assunti capitalistici e neoliberisti costituiscono forzature e palesano lacune da un punto di vista prima di tutto logico ancorché umano.

Non solo Hamas, c’è anche il Capitalismo. C’è anche il FPLP

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Non esiste unicamente Hamas in Palestina. Nonostante la Rai la citi ossessivamente e spesso a sproposito, è opportuno metabolizzare una volta per tutte come la questione socio-politica sia nettamente più complessa. Svariate organizzazioni lanciano razzi e resistono militarmente in Palestina, come avvenuto in altri luoghi e in altri tempi. Dunque, bando alla retorica. Continua la lettura di Non solo Hamas, c’è anche il Capitalismo. C’è anche il FPLP