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COVID-19, Mondo, Italia e Sardegna: stime da Taiwan e organizzazione nell’Isola

COVID-19, Mondo, Italia e Sardegna: stime da Taiwan e organizzazione nell’Isola

Ieri notte il presidente del Consiglio dei Ministri italiano, Giuseppe Conte, ha inasprito le misure di contenimento per il COVID-19 con la firma del Dpcm n° 11.

Qui il testo: http://www.governo.it/it/articolo/coronavirus-conte-firma-il-dpcm-11-marzo-2020/14299

In Dpcm in questione, come sottolineato anche dal presidente ANCI Sardegna, Emiliano Deiana, non è completamente chiaro e, come i precedenti, sta creando molta confusione per numerose categorie, al di là dei richiami alla doverosa e indispensabile responsabilità individuale. Deiana ha richiamato anche la massima urgenza di studiare e varare misure ad hoc tra ANCI-RAS per il sostegno al sistema produttivo sardo, interventi che si dovranno aggiungere a imprescindibili e massici provvedimenti statali.

Riguardo la diffusione del COVID-19 nel Mondo, da rilevare la dichiarazione ufficiale di Pandemia da parte dell’OMS e il rapido cambio di indirizzo negli Stati Uniti con i blocchi dei voli dall’Europa decisi da Trump che fino a poche ore prima minimizzava la questione COVID-19. Nonostante questo la maxi esercitazione “Defender Europe” non sembra subire variazione. Si farà comunque per gioia e vanto della NATO https://shape.nato.int/defender-europe ma l’Italia non vi parteciperà. Diversa sorte per un’altra esercitazione militare NATO, “Cold Response 2020”: annullata.

A proposito di movimenti e spese militari, sul web il movimento A Foras ha lanciato #piùospedalimenomilitari motto che richiama le lotte in Sardegna contro l’occupazione militare e l’enorme contraddizione tra spendere per costruire guerra e non pace. Costruire pace significa anche destinare alla Sanità pubblica e non al comparto bellico, risorse che potrebbero garantire l’acquisto e il finanziamento di strumenti e professionalità sane.

Il dato di oggi per l’Italia indica un nuovo forte incremento di contagi e decessi, rispettivamente +2.651 e +189 (di cui 127 solo in Lombardia) https://www.worldometers.info/coronavirus/

Il rapporto tra morti e guariti si avvicina all’unità, con i primi che rispetto a due-tre settimane fa (rapporto 3:1) si apprestano a superare a breve i secondi per la prima volta dall’inizio dell’epidemia, ora Pandemia.

Con le dovute imprecisioni e difficoltà proseguono da più parti (nei prossimi giorni si darà conto di diversi gruppi di analisti che lavorano ai dati) gli aggiornamenti delle stime su picchi ed espansione dei focolai, mentre in numerosi Stati europei le cifre crescono di giorno in giorno. Diversi governi iniziano a prendere coscienza della situazione.

Le domande (e gli obiettivi) sono sempre le stesse: quanto potrebbe durare? Come “flattare” il picco per non far collassare i sistemi sanitari? Come prevenire l’esplosione di nuovi focolai?

Riguardo le stime, l’immagine riportata mostra l’andamento della curva del contagio registrata in Cina utilizzata per cercare di simulare lo scenario per Korea del Sud e Italia. La parte a sinistra riporta i nuovi casi su base giornaliera, quella a destra corrisponde all’andamento cumulativo.

I grafici comprendono quindi una parte storica (cosa già effettivamente registrato a Wuhan dove il focolaio può considerarsi spento) e una previsionale sull’andamento e l’entità che il contagio potrebbe seguire nei focolai (outbreaks) in oggetto, Korea e nord-Italia – in particolare Lombardia (3 morti italiani su 4 per COVID-19 sono in questa regione). Le previsioni sull’andamento in Italia seguono due scenari, uno ottimistico e uno, al contrario, pessimistico. A partire dalla scelta del “blocco totale” (total lockdown) la stima su un andamento positivo o negativo è legata all’ipotesi che la misura adottata in Italia sia efficace quanto quella a suo tempo adottata per contenere il focolaio di Wuhan, ovvero il blocco del traffico imposto già nella seconda parte di gennaio.

Ciò che si osserva, come noto in tutte le epidemie, è che i provvedimenti restrittivi – oltre dipendere dalla qualità dell’applicazione pratica e altri fattori – in termini di contenimento del contagio non danno effetti immediati ma dopo un certo lasso di tempo, tendenzialmente il periodo di incubazione. Dunque, nonostante le misure prese negli ultimi tre giorni in Italia è prevedibile il proseguo di una pendenza molto ripida della curva nei prossimi giorni con gli effetti positivi che si dovrebbero iniziare a vedere solo a fine marzo/primi di aprile. Nello scenario positivo, la simulazione effettuata indica un picco italiano con oltre 3.000 nuovi casi/giorno e un cumulativo di circa 50.000 contagi totali. Nello scenario negativo – ovvero nell’ipotesi di un’inefficacia totale del blocco per il contenimento del focolaio (meno plausibile) i nuovi casi giornalieri sarebbero 6.000 e il cumulativo superare i 100.000 casi complessivi. L’obiettivo del contenimento, come detto più volte, è quello di alleggerire la pressione sulle strutture ospedaliere direttamente coinvolte nell’area in questione ma anche evitare che si sviluppino focolai come quello nord italiano in altre aree, anche molto distanti e altrettanto, se non più, densamente popolate come molti centri meridionali.

Nei giorni scorsi insistentemente si è chiesto se la diffusione stesse rallentando e si andasse in breve verso un picco della gaussiana del COVID-19. Molti esperti hanno preferito non confermare in tal senso indicando come fosse più probabile trovarsi ancora in una fase fortemente ascendente. Quello che dicono le stime e previsioni elaborate a Taiwan è che il dato del focolaio nord-italiano sia, ancora, in una fase iniziale e che, probabilmente, questa settimana e le prossime due saranno le più dure come pressione sul sistema sanitario. Il nuovo Dpcm va nella direzione di alleggerire la situazione nelle aree più colpite ma anche evitare o limitare quanto possibile l’eventuale propagazione di focolai in altre zone dello Stato. In Cina, ad esempio, sono dovuti trascorrere ben due mesi dai casi dei primi giorni di gennaio per giungere ai recenti allentamenti sui blocchi a Wuhan. L’area cinese è in termini di abitanti una zona abbastanza paragonabile a quella più calda del focolaio italiano, la Lombardia. Praticamente gli stessi abitanti, ma con diverse densità (Wuhan conta oltre 700 ab/Kmq, la Lombardia circa 420) seppur entrambi siano valori molto elevati.

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SARDEGNA. Al 12 marzo la Sardegna registra due nuovi casi, per un totale di 39 totali. Il contesto sardo ha per forza di cose e di geografia le sue peculiarità. La Sardegna conta la stessa superficie della Sicilia ma con poco più di 1,6 milioni di abitanti. Oltre l’insularità, la bassa densità che caratterizza la stragrande maggioranza della superficie e una percentuale rilevante della popolazione (30,8%, oltre mezzo milione di abitanti) suddivisa in piccoli centri (314 Comuni su 377 < 5.000 abitanti) sono elementi che costituiscono enormi punti di forza. Si tratta, di fatto, di un distanziamento sociale implicito che permetterebbe di concentrare l’attenzione e gli sforzi sulla gestione dei maggiori centri urbani. Un enorme punto di forza da preservare e non disperdere, cosa che non è stata del tutto colta. Anzi.

Oltretutto è necessario vedere demograficamente la situazione anche da un’altra prospettiva. Il “vantaggio” temporale e demografico non deve rassicurare e l’attenzione deve rimanere massima. Perché? Non saranno Wuhan o Milano, ma alcune città sarde, proporzionalmente agli abitanti totali e alla capacità di carico del sistema sanitario, potrebbero costituire focolai devastanti. “Cagliari città” conta oltre 150.000 abitanti con una densità di 1.812 ab/kmq, Quartu (città metropolitana di Cagliari) ne conta 730, mentre la Città metropolitana nel suo complesso comprende 17 Comuni, 430.000 abitanti, per una densità di 345 ab/kmq. Sassari si ferma a 231, dato comunque non da poco considerando che è calcolato su un’estensione che, da sola, è pari a quasi la metà di tutta l’area metropolitana di Cagliari. Cosa significa questo? Che i pochi casi attuali in Sardegna, l’orografia e un distanziamento implicito possono passare da punti di forza a enorme sottovalutazione del rischio.

Precisato questo, il fattore insulare-nazionale avrebbe potuto essere sfruttato al meglio con un celere blocco in entrata oppure, sempre con tempo, la predisposizione di seri controlli in porti e aeroporti e l’apertura di una sorta di corridoio umanitario per il rientro controllato e gestito dei vari cittadini sardi presenti non solo in nord Italia e non solo nelle zone più interessate. Sono infatti decine di migliaia i Sardi presenti in Paesi europei i quali si trovano alle prese con Governi che sottovalutano il COVID-19 (principalmente perché non hanno ancora focolai) consentendo fino a pochi giorni fa, o anche poche ore, enormi eventi di massa e altro. Per avere un’idea delle tempistiche a livello mondiale nella gestione COVID-19 una previsione di contenimento è stata adottata in modo rigido dalla Russia da e verso la Cina nelle cinque province confinanti tra i due paesi già il 31 gennaio (sospensione visti, corridoio umanitario e quarantena obbligatoria).

Come noto, in Sardegna questo potenziale vantaggio è stato (in parte) disperso con l’arrivo incontrollato di migliaia di “vacanzieri” dalle zone rosse che hanno preso d’assalto le seconde case presenti nell’Isola, un afflusso paragonabile al periodo estivo che ha suscitato sdegno a livello popolare e anche forti rimostranze degli Amministratori locali. Interessate prevalentemente le seconde case ma non solo, come l’albergo di Tortolì che ha persino pubblicizzato un’offerta per fuga da COVID-19. Il titolare è stato denunciato.

Gli autodenunciati con la procedura prevista al momento sono circa 11.000 ma si può verosimilmente presumere che una parte di essi possa rimanere sommersa fatto che mette ancor più a rischio un fragile sistema sanitario.

Negli ultimi due giorni, oltre l’inasprimento delle misure di contenimento a livello statale, da segnalare la decisione del presidente della Regione Toscana di firmare l’ordinanza n° 10.  Questa prevede che chi è arrivato in Toscana negli ultimi 14 giorni dalle zone a rischio per ragioni non di lavoro, salute o necessità, debba far rientro immediato nel proprio domicilio, abitazione o residenza. Questo perché essi non possono avere sul territorio toscano il proprio medico o pediatra di famiglia, elemento cruciale nell’assistenza sanitaria garantita dal Servizio sanitario e, ancor più, in questo momento. Diversi dunque gli aspetti sui quali puntare per gestire al meglio la situazione nelle prossime settimane e prevenire l’insorgere di un focolaio in Sardegna.

  • controlli a tappeto su seconde case e località più interessate dal fenomeno turistico al fine di verificare concretamente eventuali non autodenunciati. Sono molti di più di 11.000 considerando che gli arrivi, anche con minore intensità, erano in corso da diversi giorni prima del clamore dei servizi giornalistici in porti e aeroporti isolani. Gli arrivi in nave erano su livelli estivi con migliaia di persone per sbarco. A questo si aggiunge anche che in una prima fase dei “controlli” questi sono stati applicati solo a Cagliari. Al momento numerosi di questi arrivi stanno ancora oggi letteralmente vagabondando come fossero in ferie in un atollo sterile e immacolato. È un comportamento irresponsabile e profondamente egoista.
  • allestimento di nuovi posti letto negli ospedali nei quali nel corso degli ultimi anni questi sono stati tagliati. Le strutture ospedaliere e i reparti sono già presenti e, di fatto, nell’emergenza potrebbero essere riattivati centinaia di posti letto in tempi rapidi;
  • ampia copertura di dispositivi di sicurezza individuali per personale medico;
  • i posti letto riattivati interesserebbero i piccoli ospedali e con loro i piccoli centri nei quali ruotano molti piccoli o micro Comuni. L’importanza di dotare questi piccoli ospedali è una funzione di decompressione nei confronti degli ospedali principali nei quali sono previste come anticipato tre Unità COVID-19 con terapie intensive (+60 unità);
  • la funzione di decompressione riguarda lo specifico l’emergenza COVID-19 e tutta la gestione sanitaria ad essa correlata nel senso che tutte le altre funzioni sanitarie ordinarie devono proseguire necessariamente nel miglior modo possibile;
  • le sale operatorie, o in molti casi le ex sale operatorie alla luce dei tagli alla Sanità sarda, possono essere più facilmente adibite a posti aggiuntivi di terapia intensiva o, laddove non si necessiti di posti di terapia intensiva, utilizzati per interventi chirurgici necessari nell’ordinario svolgimento di interventi che caratterizzano normalmente il sistema;
  • utilizzo strutture private presenti nell’Isola. È noto da diverse fonti che in Lombardia e non solo il sistema privato sia stato e sia piuttosto restio a mettere a disposizione posti letto, nonostante la drammaticità della situazione. In Sardegna, l’opposizione popolare e le critiche da più parti giunte negli anni all’integrazione sanitaria privata a scapito di quella pubblica potrebbero giocare un ruolo chiave di “lobbysmo all’inverso” e spingere a mettere a disposizione strutture private per l’emergenza COVID-19. Il Mater Olbia, ad esempio, non ha un Pronto Soccorso, ma l’Unità di rianimazione, e tanta voglia di darsi una pubblicità positiva in Italia e in Sardegna.
  • data la difficoltà a fare concepire a molti il rischio di uscire di casa e contrarre il COVID-19 potrebbe essere utile il passaggio nei Comuni isolani con megafono o altri mezzi al fine di invitare la popolazione ad attenersi alle indicazioni sanitarie, ripetendo e specificando le misure anti-contagio. Potrebbe avere un effetto deterrente e di “convincimento” soprattutto sui più anziani (ma non solo), i più esposti e spesso più testardi. Non è una cosa “simpatica” ma potrebbe essere utile, con dovuto tono e linguaggio. Come testimoniato da molti video su You Tube, in Lombardia è una pratica che si sta attuando con buoni effetti. Anche lì, difatti, nonostante il dramma conclamato in molti ospedali, in tante città e piccoli Comuni la popolazione è stata piuttosto restia fino all’ultimo ad osservare misure di contenimento. Va detto che al momento la popolazione sarda sembrerebbe aver risposto alla situazione emergenziale in modo relativamente composto e ordinato.

NOTA. Molto di quanto sopra riportato è stato appuntato nella notte tra l’11 e il 12 marzo. Il Piano straordinario approvato nella tarda serata di ieri dalla Giunta regionale e divulgato nella mattinata di oggi prevede più fasi a seconda dell’evoluzione dell’emergenza. La Ras con l’approvazione della Finanziaria destina 60 milioni di euro all’emergenza COVID-19. Una somma considerevole se si pensa alle condizioni sistema economico isolano e, per fare un raffronto, a quanto stanziato pochi giorni fa dalla Commissione europea per finanziare lo studio sul vaccino al COVID-19: 47,5 milioni di euro.

Qui il contenuto sommario in attesa della pubblicazione integrale della Del. 11/16: https://www.regione.sardegna.it/j/v/2568?s=405380&v=2&c=289&t=1

COVID-19, c’è poco tempo: luoghi comuni, pericoli reali e scenario in sardegna

COVID-19, c’è poco tempo: luoghi comuni, pericoli reali e scenario in Sardegna

PREMESSA. Le pagine che seguono sono scritte in base a diverse fonti informative che operano internamente a diversi ospedali presenti del nord Italia (e non solo) che stanno lavorando alacremente nell’emergenza COVID-19. Alcune informazioni ricevute e particolari non verranno divulgati per non rendere riconoscibili il contesto di provenienza e le diverse fonti specifiche. Chi opera in questo momento in quelle zone sa bene che deve pensare a lavorare e salvare più vite possibili, ma chi informa ha il dovere di rendere nota una situazione che, sostanzialmente, secondo il personale operante è molto più grave di quanto finora sia stato divulgato alla popolazione italiana e, si vedrà separatamente, a quella sarda. Consapevole della responsabilità assunta il sottoscritto spera veramente che le cose non vadano per il peggio. Ma le cose non andranno per il peggio se ci saranno determinate scelte individuali e collettive, non certo per magia.

Si procederà per punti, alcuni aspetti sono già stati resi noti nel mare di informazioni a vario titolo divulgate, altri aspetti sono ormai noti nelle ultime 12 ore e su altri si farà ordine e precisazioni.

A tutto il personale medico e sanitario impegnato va un caloroso ringraziamento.

Il COVID-19 è subdolo, molto subdolo.  Questo virus si confonde facilmente in una prima fase con la normale influenza stagionale. Questo ha portato molte persone nelle settimane precedenti ad andare al Pronto Soccorso. I medici stessi non hanno riconosciuto in molti casi il virus e l’attesa in corsia, o un successivo ritorno al PS una volta peggiorate le condizioni, ha infettato centinaia di persone.

Il personale medico sta lavorando come prevedibile con turni massacranti e, soprattutto, con scarsa quando non assente dotazione di dispositivi di protezione. Infatti essi stessi si ammalano. Mancano le note mascherine e mancano quelle più adatte a contenere la diffusione del virus, ovvero quelle di categorie FFP2-FFP3. È urgente dotare massicciamente di dispositivi adatti il personale impegnato e la popolazione civile.

Le terapie intensive sono al collasso, soprattutto in Lombardia che comunque dispone di un sistema sanitario robusto. L’aiuto che possono ricevere da regioni limitrofe è limitato (vista anche la situazione critica anche in queste) perché il trasporto di un soggetto in terapia intensiva da un ospedale all’altro non è operazione semplice: il rischio di decesso è alto. Per la Sardegna, come si vedrà, questa eventualità è logisticamente impossibile. Non si può ricevere aiuto da alcun sistema limitrofo.

In alcuni ospedali italiani si è già arrivati, dopo poco più di due settimane di epidemia, a dover scegliere. Scegliere tra chi intubare e assistere e chi no. Si sta già scegliendo a monte tra chi può avere una data possibilità di vita e chi precludergliela a prescindere per mancanza di risorse. Questo è un dato di fatto ed è dato dai numeri. Circa il 10-12% dei contagiati finisce in terapia intensiva. Se i contagiati aumentano nell’ordine di 1.000-1.500 al giorno (impennate simili si stanno verificando anche in Spagna, ad esempio) significa che ogni giorno vengono occupati anche più di 100 posti di terapia intensiva. Se non si liberano posti da malati precedenti, i nuovi non verranno assistiti adeguatamente. In alcune strutture ospedaliere dai prossimi giorni non verranno più intubati soggetti oltre i 60 anni. In Italia sono presenti circa 3.000 ventilatori.

Vaccino. L’unica reale soluzione ad un virus è la messa a punto e successiva somministrazione di un vaccino. Non è possibile somministrare antibiotici, essendo un virus. Si stanno facendo tentativi con cocktail di farmaci ma sono, per l’appunto, tentativi. La scienza procede per errori e non per decreti o scadenze. Il vaccino tecnicamente non arriverà prima di 10-12 mesi, con buona pace delle poche settimane annunciate e attribuite ai più disparati Stati nel mondo. Purtroppo, mettere a punto un vaccino non è una procedura così rapida come tutti vorremmo fosse. Il distanziamento sociale e il contenimento servono a non far non collassare un sistema sanitario e prendere tempo in vista della messa a punto del relativo vaccino il quale poi andrà distribuito, fase che richiede ulteriore tempo. Questo significa ulteriori contagi e morti. Il distanziamento previene i contagi e riduce i morti.

Il distanziamento sociale come misura di contenimento ha un preciso effetto. I casi si distribuiscono in un periodo più lungo rispetto al mancato intervento delle misure. Le misure di contenimento, però, riducono drasticamente l’entità del picco e con questo il numero di persone che muoiono semplicemente perché non possono ricevere cure a causa del congestionamento del sistema sanitario. Dunque, più in breve, una vita e una società condizionata per un lasso di tempo più lungo ma meno vite perse.

“Alcuni potrebbero aver preso il COVID-19 e averlo superato senza rendersene conto convinti fosse un’influenza”. È vero, ma sono necessarie precisazioni. Innanzitutto, il soggetto potrebbe comunque aver infettato altri mentre lo superava e questi altri potrebbero essere persone che non supereranno l’infezione e moriranno. In ogni caso appesantiranno il sistema sanitario. Altro aspetto: chi lo ha superato in modo silente non necessariamente matura velocemente tutti gli anticorpi che evitano di riprenderlo. Un già ammalato potrebbe riprendere il COVID-19. Oltretutto, per molti che passano il COVID-19 senza accorgersene, ci sono molti, anche giovani, che subiscono quella che tecnicamente è una polmonite interstiziale bilaterale, molto aggressiva, che ha bisogno di ventilazione continua e in casi gravi terapia intensiva. In molti ospedali non sono presenti ventilatori per tutti quelli che ne necessitano.

“Il virus uccide solo anziani” – “L’età media del decesso è alta”. Senza entrare in ragioni morali (anche la vita di un 70-80enne va quanto possibile preservata) questo è vero solo in una prima fase. Già ora, dopo un paio di settimane o poco più, con l’aumento del numero dei contagi si stanno registrando numerosi casi di infezioni polmonari acute su soggetti giovani (anche under 40) che finiscono nei reparti di terapia intensiva. Alcuni muoiono, ne moriranno ancor più se il distanziamento sociale non sarà ferreo. I dati riguardo le fasce d’età delle terapie intensive da COVID-19 in Lombardia sono le seguenti:

22%, 75+ anni

– 37%, 65-74 anni

– 33%, 50-64 anni

– 8%, 25-49 anni

Quindi quasi un posto di terapia intensiva su due viene dedicato a soggetti dai 64 anni in giù. Questo dimostra la forte pericolosità del CODIV-19 anche su fasce giovani.

La letalità del COVID-19 al momento è intorno al 3% (dato OMS). Nei giorni scorsi il rapporto in Italia tra guariti (recovered) e morti (death) era quasi 3 a 1. Per ogni decesso quasi 3 soggetti guarivano. Ora questo rapporto si sta assottigliando velocemente ed è al momento 1,56 a 1 (724 guariti e 463 decessi). Solo ieri era a 1,7 a 1.

Sono gli stessi morti di un’influenza stagionale”. Non è vero. O meglio, lo sono al momento, in questo momento preciso, ma l’influenza stagionale non porta in terapia intensiva tutte queste persone. Pensare che ciò che è stato proietti esattamente cosa sarà è una leggerezza enorme. Non è assolutamente detto che sarà così fra un mese come fra due settimane o ancora prima.

Il COVID-19 ha totalizzato in Italia al momento 9.172 contagi e 463 morti. Questo non significa assolutamente che, ad esempio, nelle prossime 2-3 settimane si registreranno sempre circa 9.000 contagi e meno di 500 morti. La proiezione non è per forza lineare ma potrebbe essere esponenziale. Il virus possiamo dire che corra e, più passa il tempo, più correrà velocemente e i danni saranno sempre maggiori anche perché non c’è il noto “effetto gregge” dato dalla vaccinazione che nelle influenze stagionali esiste ed è raccomandata per determinate categorie.

Rispetto ai giorni scorsi, dove si registravano nuovi contagi al giorno nell’ordine delle centinaia, i contagi ora viaggiano con valori di gran lunga superiori a 1.000 nuovi casi al giorno. L’8 marzo mentre iniziava la scrittura di questo pezzo l’aggiornamento diceva che in Italia si avevano 1.492 nuovi casi e 133 nuovi morti. Al 9 marzo si registrano 1.797 nuovi casi e 97 nuovi decessi (il dato della Protezione Civile è inferiore e si attesta a 1.598 nuovi casi) https://www.worldometers.info/coronavirus/

Per avere un’idea della gravità della situazione, la metà dei decessi totali si sono verificati solo nelle ultime 24-48 ore circa. Che questo sia un picco e ora si andrà a scendere è tutto da vedere e non c’è alcuna indicazione in tal senso. Potrebbe essere anche la fase iniziale di un’impennata ancora più forte.

In Italia si registrano all’8 marzo 122 casi ogni milione di abitanti. Solo la Korea del Sud fa peggio con 144. Al 9 marzo il rapporto per l’Italia è salito a 151 casi ogni milione abitanti, mentre la Korea incrementa a 145,9.

La Cina grazie al contenimento straordinario avviato da tempo (quarantena rigida su oltre 11 milioni di persone) nelle ultime ore ha avuto solo 40 nuovi casi e 22 nuovi morti. In Italia la misura, tardiva, della quarantena su circa 16 milioni di persone (da valutare contenuti specifici e applicazione concreta) è stata prevista al 16° giorno dall’inizio dell’epidemia. Il numero di infettati nel frattempo crescerà per fughe e perché ancora molti infetti sono a spasso asintomatici.

Questo è dato da un abbassamento di attenzione clamoroso dopo un primo, positivo, schock. Il contenimento era dato proprio dalle prime misure in atto e l’opinione pubblica turbata. Invertendo il nesso causale, qualcuno ha pensato bene che il COVID-19 stesse rallentando da solo, come per magia. Ma il rallentamento era dato semplicemente dal contenimento e da una prima, forte, paura. In una seconda fase, nel momento in cui il contenimento si allenta, in mancanza di un vaccino, l’attenzione scende e il contagio corre inevitabilmente. Esempi ne sono “l’acquavite che ci salverà” nel bar in Veneto, i vari casi di fuggitivi dalle zone rosse verso altri luoghi o i Navigli a Milano ancora in questi ultimi giorni colmi di gente intenta a fare aperitivi e ballare incoscientemente.

Il panico gioca brutti scherzi, ma una razionale paura tiene vivi e previene. La fobia è un problema, ma l’incoscienza e la superficialità aumentano la diffusione. Il contagio non si arresta magicamente perché “si pensa positivo” o “ci credo forte forte” o “non facciamoci condizionare”. Il nostro pensiero non è più forte di un virus. Quella è magia e religione, con tutto il rispetto per le idee personali di ognuno. Ad azioni precise corrispondono conseguenze precise: se non si dispone di un vaccino e le persone non si distanziano, il virus corre e lo farà sempre più velocemente. È semplice ed è mortale, soprattutto per alcuni ma se il sistema sanitario collasserà questo avrà conseguenze su tanti, anche giovani e in buona salute.

Anche alcuni medici e persino virologi hanno dovuto fare il percorso inverso. Da incalliti anti-allarmisti preoccupati per esagerazioni di “poco più che un’influenza”, in 10-12 giorni sono passati ad ammettere che non se ne sa molto, che il COVID-19 è molto contagioso e che è il caso di seguire strettamente alcuni comportamenti. L’influenza stagionale non è neanche lontanamente paragonabile alle polmoniti gravi che stanno riempendo interi reparti e che continueranno a riempierli sempre più se non si contiene la diffusione del virus.

Un altro aspetto riguarda la capacità di mutazione del COVID-19. Ogni virus muta e lo fa con velocità diverse. Sicuramente il CODIV-19 rispetto alla SARS muta con un tasso nell’ordine delle decine di volte superiore. Questo, però, non significa granché. Il virus può mutare “in male”, più aggressivo e letale, o “in bene” essere meno aggressivo e virulento. Non ci sono chiare evidenze in tal senso.

SARDEGNA. L’insularità è un elemento che in una prima fase gioca a favore del contenimento. Il perché è intuitivo. Se il virus non è presente, e nessuno lo porta dall’esterno in alcun modo, esso non può logicamente diffondersi. Nel momento che, per un qualsiasi motivo, il virus infetta il contesto isolano e si diffonde l’essere Isola gioca un ruolo opposto.

Le persone scappate indebitamente nell’Isola da zone rosse, in larga parte residenti italiani ma anche sardi studenti-lavoratori, sono un numero indefinito. Non abbiamo al momento dati certi ma sarebbero ricavabili da traffico aeroportuale che le istituzioni sarde e l’opinione pubblica hanno il dovere di reperire e sistematizzare il prima possibile. Se si hanno i nominativi di chi è entrato, si può sapere (in parte) quali proprietà gli stessi abbiano nell’Isola e dove, presumibilmente, si trovino. È impossibile ricostruire tutto in tempi rapidi, lo si può fare solo in parte. In termini di contagio bisogna sapere che quanto accaduto avrà effetti non del tutto rimediabili. È possibile solo attenuare ma bisogna farlo subito.

Pensare che queste persone arrivate negli ultimi giorni (prima del Decreto) dicano tutto ciò che c’è da dire in autonomia è un’ingenuità. È certo che queste persone stanno già aumentando la velocità di diffusione del virus. Senza un vaccino, mettere persone infette vicino a persone sane fa ammalare le seconde. Mettere più persone infette vicino a persone sane fa ammalare più velocemente l’intera collettività. È inevitabile. La condizione del sistema sanitario sardo poi potrebbe fare il resto causando molti più morti di quanto le stesse istituzioni sanitarie potessero pensare per la Lombardia alcune settimane fa. Anche il periodo di incubazione di 2-11 o max 14 giorni potrebbe col tempo subire rialzi perché da quanto riportato dalle fonti in queste settimane ci sono stati casi di incubazione anche maggiore. Anche su questo fronte non si hanno letture scientifiche definitive.

Che fare nell’Isola? Questo articolo non fornisce alcun indirizzo medico su come trattare infezioni polmonari ma “suggerisce” alcune soluzioni logistiche da predisporre IMMEDIATAMENTE:

  • adoperarsi per rintracciare retroattivamente tutti coloro che a vario titolo e con vari mezzi siano entrati in Sardegna nelle ultime settimane, isolarli-isolarsi e contattarli almeno due volte al giorno, dove possibile anche via chiamata video-web;
  • adoperarsi per tracciare tutti coloro che entrino in Sardegna da questo momento in poi (allo stato attuale delle previsioni di legge). A quanto si apprende in queste ore proseguono arrivi in massa e i controlli sono assenti. Il rischio di un ampio contagio in questo modo è una certezza, non un rischio;
  • considerare l’applicazione di una chiusura totale degli accessi all’Isola (richiesta anche dall’ANCI). Si tratta di una misura drastica ed evitabile fino a due settimane fa. Ora il problema è anche operativo: portare avanti con profitto le due attività (tracciatura e monitoraggio su già arrivati e monitoraggio su nuovi arrivi) renderebbe improba l’operazione in termini di poco tempo ed enormi risorse necessarie. Per rintracciare migliaia di già arrivati, controllare e gestire porti e aeroporti aperti e quarantene, sarebbero necessarie energie inquantificabili;
  • nella prospettiva di una inevitabile e massiccia diffusione del contagio, che ci sarà, è urgente pensare alle eventualità peggiori. Organizzare ospedali o affini su grandi imbarcazioni allo scopo adattate e attraccate nei porti sardi. Non si possono in breve costruire ospedali o campi medici (anche per motivi climatici) ma si possono adibire i locali delle imbarcazioni per quarantene, monitoraggio, reparti di pronto soccorso e reparti di rianimazione-terapia intensiva;
  • utilizzo laddove possibile di idonee strutture alberghiere e/o resort, in aree non urbane e dotate di ampi spazi esterni nei quali organizzare le quarantene;
  • allestire pre-triage in tenda fuori dal Pronto Soccorso in ogni ospedale dell’Isola;
  • predisporre i punti precedenti evitando da subito di convogliare contagiati e altri pazienti per altre patologie negli “ospedali classici”. Non ammassare persone negli stessi o comunque nei contesti urbani dove si trovano gli ospedali;
  • disporre di un numero massiccio di maschere e tamponi i quali hanno, oltretutto, un costo considerevole (90-100 euro). La RAS di quante unità dispone attualmente o può disporne nel futuro immediato? È fondamentale la qualità e quantità di dispositivi di protezione per il personale medico e sanitario per contenere il contagio tra gli stessi, cosa che farebbe collassare subito il sistema sanitario sardo. Per i civili, oltre maschere e dispositivi, il distanziamento sociale e le note norme igieniche rimangono priorità assolute.
  • i mezzi pubblici sono un aspetto problematico. Possono essere un veicolo del virus, ma paralizzare i trasporti potrebbe creare il caos soprattutto nell’area metropolitana di Cagliari. Il servizio pubblico potrebbe rimanere attivo osservando alcune condizioni imprescindibili. Distanze tra utenti, tratte dunque non affollate, e un’adeguata e costante sanificazione dei mezzi. Scientificamente, un mezzo pubblico così gestito e organizzato non è più pericoloso, ad esempio, di un negozio di alimentari;
  • gli anziani non devono uscire per nessuna ragione e devono ricevere visite solo se strettamente necessarie. Tutti gli altri, ugualmente. Non è una indicazione data a cuor leggero ma chiudere le scuole e poi ammassare, per esempio, persone in coda in uffici pubblici per una settimana non ha avuto alcun senso e avrà conseguenze. Il virus si diffonderà comunque. Rinviare l’inaugurazione di qualcosa ma andare al ristorante non ha alcun senso. Limitare ogni attività non strettamente necessaria. Per un periodo indefinito sforzarsi di vivere in modo monacale o quasi se semplicemente si vuole continuare a vivere. Non andare al cinema ma toccarsi e baciarsi con i propri parenti o affini non ha alcun senso.

Si è perso molto tempo per una settimana nel chiudere scuole ma non chiudere eventi sportivi, chiudere scuole ma far riunire i bambini nelle piazze a giocare e sudare assieme per poi tornare a casa da genitori e nonni anziani e debilitati. Non lo sappiamo ancora con precisione, ma questo ha comportato già dei contagi che si manifesteranno nelle prossime 2 settimane circa.

Non c’è molto tempo, attrezziamoci.