La questione nazionale greca (di Andria Pili)

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Questo pezzo vuole essere l’inizio di una serie di riflessioni sull’indipendentismo e la Sardegna di fronte all’Unione Europea. È d’obbligo cominciare con una riflessione in merito alla Grecia, visto come la vicenda di questo Paese sembra toccare la ragione d’essere dei movimenti di emancipazione nazionale: il diritto all’autodeterminazione dei popoli e alla lotta contro l’oppressione straniera.L’efficacia delle politiche di austerità, la giustezza di una ristrutturazione del debito greco e la sua applicazione prima o dopo le riforme strutturali all’economia ellenica, sono state degli accessori rispetto alla vera questione emersa nello scontro- in atto dal gennaio 2015- tra il governo di Tsipras e la troika, anche al di là delle intenzioni del primo. Infatti, la domanda centrale è oggettivamente stata: a chi appartiene il potere politico in Grecia?

Sebbene l’ultima strategia dell’Unione Europea si chiami “Europa 2020”, l’impressione è che si sia tornati un po’ indietro nel tempo. Potremmo pensare sinistramente ad Europa 1941, con la Germania potenza egemone sul continente, la Francia di Vichy e l’Italia fascista assecondanti il suo dominio e la lotta greca per la propria indipendenza- dopo aver respinto le truppe di Mussolini- piegata dai tedeschi, allora militarmente. Ma, in realtà, dovremmo andare ancora più a ritroso: Europa 1789. Quando, con la rivoluzione francese, il concetto di nazione entra nella storia portando la questione della sovranità popolare contro l’aristocrazia di diritto divino. Il popolo francese dovette fare fronte contro la reazione delle aristocrazie europee, volte a restaurare il dominio nobiliare e ad impedire il pericoloso contagio delle innovazioni portate dal grande evento. Queste erano: il potere appartiene al popolo; il cambio politico, con il progresso, sta nella natura delle cose; le masse, con la propria azione, hanno un ruolo in questo, al fine di cambiare la storia a proprio vantaggio.

La crisi dell’eurozona è sorta in un’epoca storica dove vi era chiaramente bisogno di ribadire queste importanti conquiste umane, dopo venti anni in cui nell’Europa tutta si è diffuso il pensiero secondo cui la storia è finita con il trionfo dell’economia di mercato, il potere politico è giustificato dalla “competenza” prima che dalla rappresentanza degli interessi popolari, chi osa toccare l’ordine liberale e chiedere politiche a vantaggio della classe lavoratrice è un “populista”, non è adatto a governare e condurrebbe “il Paese” al disastro. Durante questa epoca è emersa, di fatto, una nuova aristocrazia che ritiene il governo come una propria prerogativa, grazie all’adesione ai dogmi della religione liberista. La crescita delle diseguaglianze sociali, negli ultimi vent’anni, indica quanto questo potere “responsabile” abbia saputo servire gli interessi della maggioranza degli europei. C’è voluta la crisi economica perché il consenso a questo potere iniziasse ad essere minato.

La Grecia degli ultimi sette mesi, dunque, è stata il centro di una resistenza nazionale. I creditori istituzionali- dal FMI ai maggiori Stati dell’Eurogruppo- hanno messo in discussione la fonte di legittimità del potere politico greco. Da un lato, cercando di rimuovere il governo democraticamente eletto perché espressione di una forza estranea al duopolio liberale e con chiaro mandato di non accettare ulteriori misure di austerità, giudicandolo inaffidabile; dall’altro, costringere lo stesso governo a non rispettare il proprio programma elettorale. In questo modo, screditando Tsipras, la nuova aristocrazia ha provato a bloccare l’ascesa di forze politiche progressiste, altrettanto estranee agli stessi partiti di potere (innanzitutto Podemos e Sinn Fein, in ascesa in Spagna ed Irlanda sull’onda della medesima insofferenza verso l’attuale assetto di potere europeo).

Pure seguendo il ragionamento secondo cui dei creditori avrebbero il diritto ad interferire sulla condotta di uno Stato a cui concede i propri soldi, tale comportamento da parte della classe dirigente europea non appare giustificato. Infatti, mentre sarebbe stato lecito dubitare sui governi dei partiti che hanno precedentemente governato la Grecia- per i danni oggettivi che hanno creato- non ha alcuna giustificazione il disprezzo per una forza politica non responsabile della crisi greca. Inoltre, essendo provato che le misure precedentemente applicate hanno soltanto impoverito i greci, peggiorato le condizioni sistema economico del paese tanto da ampliare le dimensioni del rapporto debito/PIL e pregiudicando in modo evidente la possibilità dello Stato di ripagare iPRESTITI ricevuti, Tsipras ed il suo ministro Varoufakis non erano forse gli unici veramente decenti- in quel consesso- per poter proporre una politica economica per condurre il proprio Paese fuori dal baratro?

Osserviamo più attentamente la Germania, lo Stato che- con la sua egemonia economica- ha condizionato i negoziati tra l’Eurogruppo e la Grecia. Sono evidenti le responsabilità dei tedeschi nel disastro greco, quanto un grande conflitto d’interessi sulla scelta delle politiche che il governo greco dovrebbe adottare. Se è vero che i governi greci del duopolio liberale (Nea Dimokratia e PASOK) hanno usato la spesa pubblica- e creato irresponsabilmente un enorme debito pubblico- al fine di alimentare clientele e consenso, permettendo al popolo greco di vivere al di sopra delle proprie possibilità, sappiamo che le imprese tedesche hanno tratto enormi benefici da queste spese irresponsabili o dal consumo drogato dei cittadini greci. Dal 1999 al 2009, l’export tedesco in Grecia è aumentato più del 130%, (“Bust: Greece, the Euro and Sovereign Debt Crisis”, Matthew Lynn, Wiley 2011) raggiungendo intorno al 2007 il picco di 11 miliardi di dollari dai circa 4 del 1999 (Weekly Economic Commentary, 2 luglio 2015). Sempre durante l’epoca in cui i greci- secondo la narrazione liberista- avrebbero gozzovigliato, la Germania ha fatto grandi affari in Grecia, essendo stato il primo paese perINVESTIMENTI diretti esteri con enorme distacco sugli altri: 9.1 milioni di euro dal 2003 al 2008, davanti al Regno Unito con 4.8 milioni (investingreece.gov.gr). Pare, inoltre, che questo rapporto commerciale privilegiato tra il capitalismo tedesco e la Grecia non sia tutto frutto della competitività, della superiorità tecnologica o del genio imprenditoriale. Infatti, non sono poche le grandi compagnie tedesche coinvolte in casi di corruzione: Daimler, Deutsche Bahn, Siemens, Ferrostaal, KMW (spiegel.de). Dunque, anche le imprese tedesche avrebbero tratto benefici da uno dei tanti mali rimproverati ai greci.

E poi, quanto sono state responsabili le banche tedesche – 15.3 miliardi di debito greco nel 2010, davanti alle banche francesi con circa 10 – che hanno prestato i propri soldi allo Stato greco, beneficiando dei due salvataggi allo stesso? La Germania – anche dopo la crisi- ha continuato ad essere il primo paese per investimenti diretti esteri in Grecia; le sue imprese hanno compiuto acquisizioni nelle telecomunicazioni, nelle energie rinnovabili, nel turismo, negli scali aeroportuali. È ovvio, infine, come le nuove privatizzazioni abbiano sempre le imprese tedesche tra i principali candidati alla conquista delle risorse greche. Insomma, mentre il capitalismo tedesco ha tratto profitti dall’assetto economico pre-crisi costruito da ND e PASOK, ha continuato a farlo durante la crisi e continuerà a beneficiare dalle politiche che hanno impedito di risollevare economicamente la Grecia, 3 milioni di greci si trovano ora nella fascia di povertà. Se si fosse tenuto conto di questo grado di colpe condivise, come del divario tra la responsabilità del cittadino greco oggi privato di assistenza sanitaria e quella del banchiere o imprenditore corruttore tedesco, le trattative per il salvataggio del paese ellenico si sarebbero svolte in modo migliore e porre la ristrutturazione del debito come improrogabile non sarebbe sembrata un’assurdità.

Il referendum del 5 luglio scorso- con la netta vittoria del NO alle misure proposte dalla troika- è stato il culmine di questi mesi di lotta. Dopo esso, tuttavia, le stesse autorità esterne al popolo greco, usando come ariete il possesso del 78% del debito greco, 60% in mano agli Stati UE, hanno proseguito- stavolta in modo palese ed insopportabile per la gran parte della nazione ellenica- nel sostituirsi alla democrazia, imponendo alla Grecia l’applicazione di politiche contrarie alla sua volontà emersa dalle urne ed aggiungendo altre proposte inaccettabili quali la costituzione di un fondo per le privatizzazioni gestito sotto la supervisione delle autorità europee. Oltre a ciò, i creditori istituzionali hanno pure dettato i tempi entro cui il piano avrebbe dovuto essere approvato dal Parlamento Greco.

La firma di Tsipras e l’approvazione del piano con i voti dei partiti della vecchia diarchia (Nea Dimokratia e PASOK) dimostrano che, per ora, è l’Europa ad egemonia tedesca che ha vinto. Nello stesso senso, mostrano come il leader greco- malgrado l’importante ruolo ricoperto nel portare ai massimi livelli lo scontro, il che lo fa apparire come un gigante di fronte agli altri primi ministri europei- sia già diventato vecchio ed inutile. Il suo governo non ha più senso di esistere ed ha perso la propria legittimità, visto che si è posto direttamente contro la volontà popolare ed ha riaperto la porta ai partiti prediletti dall’aristocrazia.

Sono emersi chiaramente i limiti dell’Unione Europea e di chi- come Tsipras- ha creduto che questa fosse riformabile, che fosse possibile un governo progressista entro un progetto volto alla realizzazione del polo capitalista europeo, entro cui la democrazia ed i diritti sociali sono subordinati agli interessi del Mercato. Come già accaduto nella storia, la necessaria battaglia per l’indipendenza ed i diritti democratici può andare assieme con la lotta per la liberazione sociale. Sebbene gli ultimi sondaggi a riguardo davano la maggiorparte dei greci a favore della permanenza nell’eurozona, l’opinione potrebbe essere cambiata alla luce degli ultimi avvenimenti. La parte dissidente di Syriza- 109 membri del comitato centrale su 201 si sono espressi contro l’accordo- ed il KKE sono le uniche forze politiche capaci di portare avanti la lotta per la sovranità nazionale e per un governo basato sugli interessi dei cittadini più poveri. Un’alternativa popolare contro l’Unione Europea, contro il duopolio liberale.

Se ciò non accadesse, potrebbe verificarsi anche Europa 1933. Negli ultimi anni della Repubblica di Weimar, l’economia tedesca fu colpita duramente dagli effetti di una crisi iniziata negli Stati Uniti, la Germania era in balia di governi incapaci di risolvere la situazione, con i due principali partiti di Sinistra non intenzionati a fare fronte comune mentre il partito nazista continuò a crescere sino ad arrivare al governo con il beneplacito di una borghesia intenzionata a salvare ilCAPITALISMO dalla crisi e da una temuta rivoluzione socialista. Situazione che appare drammaticamente simile a quella della Grecia attuale. Un governo di Alba Dorata potrebbe anche rimanere nell’Eurozona, i “mercati” sarebbero molto contenti della stabilità creata dai nazisti nel paese- finalmente ci sarebbe uno Stato che si lascia alle spalle con decisione i diritti dei lavoratori- e se il presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz- della socialdemocrazia tedesca- ha dichiarato di voler trattare con i nazisti ucraini, significa che i nazisti greci sarebbero considerati, dall’aristocrazia europea, degli interlocutori affidabili e responsabili.

La domanda per un movimento d’emancipazione nazionale in Europa, in particolare quello sardo- che dovrebbe sorgere una volta analizzata la questione greca in questo senso- è: ha senso porre l’adesione al progetto europeista come un proprio traguardo, visto che non è basato su rapporti democratici e paritari e- quindi- riproporrebbe il problema della conquista della sovranità di un popolo sul proprio territorio?

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