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Valutazione palasport Tempio Pausania: disponibile anche on-line

 
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Scarica: “Profili storici, amministrativi e finanziari del Palazzetto polifunzionale di Tempio Pausania (1989-2017)”

Valutazione palasport Tempio Pausania: disponibile anche on-line

Il lavoro valutativo “Profili storici, amministrativi e finanziari del Palazzetto polifunzionale di Tempio Pausania (1989-2017)” è disponibile anche per l’acquisto on line. La prima stesura del lavoro è stata diffusa gratuitamente circa due anni fa e oggi, dopo gli sviluppi 2016-2017 e le nuove prospettive, è disponibile una versione definitiva, ampliata e largamente approfondita.

Al link riportato è possibile ordinare una copia on line in formato Pdf oppure una copia cartacea che verrà inviata tramite posta ordinaria. Inoltre, il lavoro è già disponibile nella libreria di Tempio PausaniaBardamù“, Piazza Gallura n. 3. Eventuali ulteriori librerie dove poter acquistare la ricerca verranno rese note successivamente.

Rassegna stampa, La Nuova Sardegna 07/03/2018
Scarica: “Profili storici, amministrativi e finanziari del Palazzetto polifunzionale di Tempio Pausania (1989-2017)”

Valutazione palasport Tempio Pausania: disponibile anche on-line

“Dall’università ai contesti civili: la militarizzazione del sociale” (a cura di S’IdeaLìbera)

“Dall’università ai contesti civili: la militarizzazione del sociale” (a cura di S’IdeaLìbera)

Il dossier che hai tra le mani vuole essere uno strumento di analisi e riflessione su uno dei tanti cambiamenti che il sistema della formazione, in questo caso il mondo universitario, sta subendo negli ultimi anni. Da qualche anno i militari stanno silenziosamente entrando in un contesto che non è quello della guerra (dove ancora il nostro immaginario, non del tutto atrofizzato, li inserisce), ma quello della formazione e della ricerca civile. Sempre di più i militari condividono con noi le strade delle città, così come la nostra quotidianità. Li ritroviamo spesso seduti ai banchi dell’università o dietro la cattedra, li rivediamo nei contesti di cosiddetta “emergenza” sia di carattere umanitario (legata ad esempio ai fenomeni migratori o alle calamità naturali) o di carattere securitario (legata negli ultimi anni soprattutto agli atti di terrorismo).

Questo dossier cerca capire il modo in cui il mondo dell’università si sta inserendo in questo contesto più generale e, soprattutto, come essa stia diventando parte di quella filiera bellica che vede la Sardegna come uno dei suoi anelli forti. Il fine, dunque, è di capire come il mondo della formazione si inserisca in un contesto che, secondo le parole di Minnitti, è dominato sempre più dalla “paura” e dal carattere “emergenziale”. Per questo motivo, il dossier parte da una panoramica su modalità e finalità con cui negli ultimi anni il militare si sta inserendo nell’ambito della formazione universitaria italiana, soffermandosi poi sul caso sassarese del Corso di Laurea in Cooperazione e Sicurezza Internazionale e offrendo infine una cornice generale sui progetti più recenti con cui il militare si è inserito nella gestione dell’ambito civile e sull’occupazione militare in Sardegna.

La paura determinerà la politica europea e internazionale dei prossimi anni” – Marco Minniti, Ministro dell’Interno.
Scarica il Dossier: DOSSIER S’IDEALìBERA

“A Foras”, 2° Dossier su occupazione militare: il Poligono permanente di Teulada

“A Foras”, 2° Dossier su occupazione militare: il Poligono permanente di Teulada – Scarica: DOSSIER POLIGONO TEULADA

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Tempio, Sef: dalla corsa per l’Eccellenza al crack di Pallotta e soci

In piedi da destra: il presidente della S.E.F Tempio, Marco Pallotta (Foto: sito Sef Tempio)

Tempio, Sef: dalla corsa per l’Eccellenza al crack di Pallotta e soci

Caso Sef Tempio, ennesimo colpo di scena: alcuni calciatori svincolati ritornano a Tempio. Da una cordata tempiese all’ipotesi autogestione con il tecnico Cassitta responsabile. L’inchiesta Sef Tempio, tra assegni scoperti e misteriosi fondi da sbloccare nei Balcani, convenzioni assenti e giovanili in mano a non abilitati. Cronaca di un nuovo dissesto per il calcio tempiese. Continua la lettura di Tempio, Sef: dalla corsa per l’Eccellenza al crack di Pallotta e soci

Cagliari, Relazione Scida-GI per “Italiani brava gente: i crimini dell’imperialismo italiano”

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Cagliari, Relazione Scida-GI per “Italiani brava gente: i crimini dell’imperialismo italiano”

Vi proponiamo la relazione di Scida presentata al convegno “Italiani brava gente: i crimini dell’imperialismo italiano” che si è svolto il 7 Dicembre 2016 nell’Ateneo Cagliaritano;  l’iniziativa era volta a decostruire alcuni luoghi comuni sul colonialismo italiano, con il contributo di storici e ricercatori quali il Dott. Eric Gobetti e il Dott. Alessandro Pes, mostrando i crimini compiuti dall’occupazione italiana in Iugoslavia (durante la Seconda Guerra Mondiale) ed in Africa (Libia, Abissinia), oltre a ricordare i più importanti episodi di conflittualità tra la Nazione sarda e lo Stato italiano, provando a leggerli attraverso un’interpretazione dell’integrazione della prima nel secondo come l’affermazione di un regime coloniale. Continua la lettura di Cagliari, Relazione Scida-GI per “Italiani brava gente: i crimini dell’imperialismo italiano”

Occupazione militare, la polveriera Sardegna: il 23 novembre occhi puntati su Capo Frasca

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Occupazione militare, la polveriera Sardegna: 23 novembre occhi puntati su Capo Frasca

Dopo circa due anni, Capo Frasca sarà nuovamente teatro di una grande mobilitazione contro l’occupazione militare della Sardegna. Per il 23 novembre, dalle ore 10:00, è prevista una grande mobilitazione alla quale A FORAS – Movimento Sardo contro l’Occupazione Militare lavora da diversi mesi. Le posizioni sono quelle che caratterizzano da sempre la lotta contro l’occupazione militare: interruzione delle esercitazioni, chiusura dei poligoni, bonifiche e riconversione economica. I militanti di “A Foras”, ma anche quelli della Rete “No basi né qui né altrove”, movimenti, partiti e individualità indipendentiste, comitati studenteschi e ambientalisti, tenteranno di interrompere ancora una volta le attività militari con una manifestazione-corteo che dal ponte di Marceddì arriverà sino ai cancelli della base militare di Capo Frasca per spostarsi in seguito verso Punta S’Aschivoni. Continua la lettura di Occupazione militare, la polveriera Sardegna: il 23 novembre occhi puntati su Capo Frasca

Assimilazione linguistica è colonialismo. In Saldigna il bilinguismo è patologia (di Luigi Piga e Carlo Manca)*

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Assimilazione linguistica è colonialismo. In Saldigna il bilinguismo è patologia (di Luigi Piga e Carlo Manca)*
Versione PDF: Assimilazione-linguistica-è-colonialismo di Piga e Manca

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Tempio. Sacro Cuore, Rinagghju e progetti mancati: un’agenda nascosta?

Conferenza stampa per la presentazione del progetto Sacro Cuore e la concessione del compendio da parte del Comune (Foto: La Nuova Sardegna)
Conferenza stampa per la presentazione del progetto Sacro Cuore e la concessione del compendio da parte del Comune (Foto: La Nuova Sardegna)

Nel documento pubblicato lo scorso aprile – “Il Fronte Indipendentista Unidu in merito all’ex Palazzina Comando e prospettive di sviluppo della città” – il FIU relazionava alla cittadinanza riguardo le vicende dell’Ex Palazzina Comando ed esprimeva una posizione politica circa il discusso Protocollo d’Intesa Comune Tempio Pausania-Ministero degli Interni, ritenuto deleterio per la città viste le condizioni della permuta tra l’ex Palazzina Comando e l’ex carcere La Rutunda. In occasione della pubblicazione del documento, il FIU precisò che alle vicende di Rinagghju e al progetto Sacro Cuore sarebbe spettata una trattazione separata. Negli ultimi mesi abbiamo seguito l’evoluzione del Progetto sino al recente ritiro da parte del Sacro Cuore, con il compendio di Rinagghju che ritorna così all’anno zero. La ricostruzione che segue vuole analizzare i vari passaggi negli ultimi anni, l’improvviso ritiro della Parrocchia ed evidenziare come l’affido alla Diocesi, alla persona del vescovo Sanguinetti, sia stata la ragione principale per la quale la stessa ha potuto beneficiare del finanziamento pubblico per il completamento della chiesa del Sacro Cuore in zona Pischinaccia-Rinaggiu.

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Sardegna: lotta contro l’occupazione militare. III parte (di Andrìa Pili)

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L’ex capo di stato maggiore della Difesa sino a febbraio 2015, Luigi Binelli Mantelli (foto), circa le servitù militari in Sardegna e la crescente insofferenza dei sardi giudicò la definizione “servitù” come “un’espressione corretta, ma oggi non più adeguata alle esigenze della comunicazione”

Andrìa Pili per http://contropiano.org/

La Sardegna è sola

Le recenti dichiarazioni del Generale Errico in commissione difesa, sommate a quelle del Ministro Pinotti, rivelano tanto l’indisponibilità delle autorità politiche e militari italiane a risolvere la questione, quanto l’incapacità dei sardi nelle istituzioni di difendere gli interessi del popolo sardo di fronte al governo, di far emergere chiaramente a Roma l’esistenza di uno scontro. Tanto l’Esercito quanto il governo ritengono i poligoni sardi indispensabili perché si possa adempiere alle esigenze di difesa nazionale, cioè permettere un addestramento soddisfacente per le truppe impegnate nelle missioni all’estero.

Credo sarebbe necessario fare due belle domande ad ogni parlamentare sardo della suddetta commissione: “Lei crede che esistano delle esigenze di Difesa nazionale?”; “Lei pensa che l’Esercito italiano necessiti di spazi adeguati per il proprio addestramento nelle missioni all’estero?”. Successivamente mostrerei le loro contraddizioni. Infatti, non credo che riuscirebbero a dare delle risposte coerenti nel senso di una battaglia contro l’occupazione militare. È per questo che il livello istituzionale, di fatto, attualmente non esiste e che i partiti di sistema (e credo pure i populisti di destra grillini) non possono risolvere il problema. Al di là della propria sensibilità personale o impegno sul tema ci sono dei limiti intrinseci oggettivi da evidenziare: innanzitutto, l’Italia è il centro dell’azione politica dei partiti entro cui i parlamentari sardi sono inseriti, così come dipendono dal centro italiano gli stessi Giunta e Consiglio regionale. A parte ciò, non è certo un dettaglio che l’esecutivo italiano e quello sardo siano entrambi controllati dal Partito Democratico; è evidente come da questo discenda che la filiale regionale non possa mettersi contro il potere centrale così come- data la connivenza- le uniche possibili “soluzioni” al problema del militarismo in Sardegna che l’attuale livello istituzionale può fornire non possano che essere di comodo per il potere politico e insignificante per gli interessi reali dei sardi.

Ma proviamo a notare le conseguenze logiche di quanto affermano le massime autorità politiche e militari italiane: “Il numero dei poligoni è di mera sufficienza. Siamo ad un livello tale per cui non possiamo scendere al di sotto di quello che abbiamo” (Gen.Errico); “Le attività addestrative sono indispensabili a conseguire quelle capacità operative che costituiscono il requisito imprescindibile di uno strumento militare moderno ed efficace, in grado di integrarsi rapidamente e di interoperare efficacemente in contesti multinazionali e il cui mandato di difesa della nazione, dei suoi confini e della collettività, discende direttamente dal dettato costituzionale (…) Per quanto concerne, in particolare, il poligono di capo Teulada, la sua disponibilità risulta essenziale per l’efficienza e la permanenza nell’isola della stessa brigata “Sassari” dell’Esercito italiano” (Pinotti, ministro della Difesa); La chiusura totale dei poligoni mi sembra un’ipotesi improbabile (…) le Forze Armate avranno bisogno di aree addestrative in cui svolgere attività a fuoco”; “mitigazione in senso generale delle servitù militari (…) Inizieremo cioè a vedere poligono per poligono qual è la situazione” (Rossi, sottosegretario al ministero della Difesa).

In sintesi: ragioni supreme di difesa nazionale impediscono la chiusura dei poligoni in Sardegna; quest’ultima implicherebbe l’apertura di poligoni di analoghe dimensioni in altre aree della Repubblica Italiana. Appare evidente come- in assenza di un movimento italiano che possa fare una rivoluzione- nessun partito fondato sull’Italia- con direzione ed interessi fondati sulla penisola- abbia interesse a smilitarizzare la Sardegna per alleviare il fardello dei “poveri sardi” che tanto hanno contribuito, per circa mezzo secolo, alla “sacra causa della Nazione Italiana”. Quale sarebbe, infatti, la convenienza di un partito italianista, centralista, nel porsi in contrasto con le Forze Armate e di assumersi la responsabilità di aprire dei poligoni in una qualsiasi altra regione, tenendo conto sia della gestione di problemi di ordine pubblico quanto delle negative conseguenze elettorali collegate a ciò? Per avere una idea della tattica dei partiti che sono stati più a sinistra nell’arco parlamentare recente, basti ricordarci della Rifondazione Comunista bertinottiana- padre di SEL- che votò il rifinanziamento delle missioni di “pace” per salvare il governo Prodi, cioè le proprie poltrone.

La Sardegna è sola. Può salvarsi solo da sé. Ma questa non è una tragedia, bensì un’opportunità. Il problema dell’occupazione militare è tanto grave che può essere risolto solo attraverso soluzioni radicali, del tutto fuori dall’ordinaria azione del livello istituzionale esistente: l’emersione della questione nazionale nella mobilitazione popolare e uno sbocco politico sardocentrico. È necessario un progetto politico di rottura, alternativo ai partiti che hanno storicamente gestito le relazioni tra l’isola e lo Stato centrale per tenere la prima in condizioni di sudditanza. È proprio la situazione di dipendenza di questa la ragione per cui in essa è stata esternalizzata la gran parte delle servitù militari italiane. È dunque necessario che la questione nazionale sarda diventi centrale nella lotta antimilitarista, oltre l’antimilitarismo tout court finalizzato a se stesso. La questione sarda non è secondaria o marginale ma prioritaria.

Le esigenze di difesa nazionale non riguardano i sardi in nessun caso: innanzitutto, si tratta di esigenze del capitale italiano (tra cui l’ENI, che nell’isola ha portato inquinamento e sottosviluppo e sta facendo affari in Afghanistan) e dell’imperialismo quindi non dei sardi; la Sardegna è una comunità distinta e le esigenze dello Stato italiano e della fittizia nazione monolite cui esso si rifà non sono comunque le proprie. L’Italia può essere un bersaglio per i suoi interventi imperialisti. La Sardegna diventa un bersaglio indiretto, di riflesso, a causa della notevole presenza militare italiana, la quale dunque è tutto fuorché una protezione, come vorrebbe certa propaganda di Destra.

Lo Stato si è fino ad ora mostrato del tutto insensibile alla questione delle nazionalità interne (vedi la recente riforma titolo V) così come è da sempre consapevole di poter risolvere tutto contro gli interessi sardi, mediante la solita mediazione con l’attuale classe politica regionale. Quest’ultima sarebbe ben contenta di mascherare delle modifiche irrisorie come dei propri grandi successi politici. Una volta che questa mediazione verrà manomessa, che nuovi soggetti realmente interessati a cambiare la situazione controlleranno le relazioni con lo Stato centrale sarà possibile cominciare un discorso differente e giungere alla soluzione migliore.

Un progetto politico sardocentrico- il cui obiettivo sia la ridefinizione generale del rapporto tra lo Stato centrale e la Sardegna, entro cui inserire l’indisponibilità a che l’isola si faccia carico dei tre poligoni di Capo Frasca, Teulada e Quirra cioè delle esigenze di Difesa nazionale italiana- si impone come necessario e capace di aggregare quanto più sardi possibile connettendo la questione militare alla generale situazione di dipendenza. Esso può essere l’aggregante per un vero coinvolgimento di massa, cosa che non può nascere da azioni unicamente improntate all’azione diretta, necessariamente condotte da un numero limitato di individui. Il grande successo della mobilitazione del 13 settembre 2014- con 10000 sardi giunti a Capo Frasca contro l’occupazione militare, in nome dei tre punti radicali del comitato promotore- il fallimento della mobilitazione in favore delle servitù militari chiamata dal sindaco di Decimoputzu e dall’estrema destra, possono dimostrare quanto sia possibile creare un grande coinvolgimento di popolo, non strumentalizzabile dai partiti di sistema- che in Sardegna sono i “partiti italiani”- non disposto a finte soluzioni compromissorie, che vede la presenza militare italiana come un’insopportabile atto di sottomissione, funzionale ad interessi esterni. Il problema del militarismo in Sardegna, dunque, può essere la base da cui costruire il suddetto progetto politico. Il problema militare rende la questione nazionale più evidente rispetto ad altri problemi che affliggono l’isola, proprio perché irrisolvibile- anche nell’ipotesi di un “buon compromesso”- entro il rapporto in cui essa è inserita.

Buoni esempi per la Sardegna arrivano da altre due isole: Vieques a Puerto Rico e Okinawa sotto il Giappone. La prima è un esempio di intransigenza e di organizzazione di una lotta popolare- condotta dal basso da indipendentisti e antimilitaristi, in cui il nazionalismo portoricano ha svolto un ruolo importante nella aggregazione- capace di occupare la base della US Navy continuativamente per un anno e un mese e di spingere la classe politica locale ad agire in modo efficace, infine di essere vittoriosa contro gli Stati Uniti al culmine della propria egemonia politica ed economica mondiale. La seconda isola è interessante nel senso della progettualità politica: le ultime due elezioni politiche sono state dominate dal tema dell’occupazione militare e nel 2014 a vincere è stato un candidato indipendente (Takeshi Onaga) sostenuto da movimenti politici non compromessi, tra cui il Partito Comunista Giapponese, in reazione al precedente governatore- membro del Partito Liberaldemocratico di Shinzo Abe- che non aveva saputo mantenere le proprie promesse sull’argomento.

Due esempi di mobilitazione, organizzazione, progettualità politica, cui il movimento sardo contro l’occupazione militare dovrebbe guardare, così come- in futuro- oltre l’isola ci sarà chi guarderà alla lotta sarda. Infatti, non si tratta di mero antimilitarismo e meno che mai di “pacifismo” ma di una lotta contro l’oppressione coloniale e contro l’imperialismo.

Sardegna: lotta contro l’occupazione militare. II parte (di Andrìa Pili)

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Andrìa Pili per http://contropiano.org/

Mobilitazione popolare e livello istituzionale

La costante di questo anno di lotta contro l’occupazione militare è stata l’impermeabilità tra il movimento popolare e le istituzioni. Nel primo possiamo distinguere due componenti di fatto complementari: i movimenti indipendentisti e gruppi antimilitaristi della società civile che hanno promosso la manifestazione di Capo Frasca il 13 settembre 2014; una frangia caratterizzata dal richiamo all’azione diretta e all’antimilitarismo puro e semplice, ora espressa dalla “Rete No Basi né qui né altrove”. Ciò che accomuna le due è la volontà di promuovere una mobilitazione popolare contro le servitù militari intorno a tre punti radicali, ritenuti imprescindibili: blocco immediato di tutte le esercitazioni militari;

chiusura totale di ogni base militare e poligono presente in Sardegna; bonifica dei territori e riconversione ad uso civile.

Tale radicalismo, da entrambe, è stato mantenuto sino ad oggi per tutte le mobilitazioni e azioni promosse: manifestazione studentesca ed occupazione della facoltà di lettere di Cagliari in novembre; corteo intorno al poligono di Teulada e manifestazione a Cagliari di dicembre; manifestazione contro la Starex a Decimomannu nel giugno scorso; campeggio antimilitarista e recente dimostrazione a Cagliari contro la Trident Juncture.

L’istituzione della Regione Autonoma, con la sua Giunta ed il suo Consiglio, ed i parlamentari sardi a Roma sono stati del tutto incapaci di portare nelle sedi più importanti le istanze di questo movimento. Fin da subito sono parse inadeguate alla soluzione della questione militare e da sempre hanno ricercato finte soluzioni compromissorie, cercando di annacquare il conflitto. Per essi è stato impossibile strumentalizzare quanto avveniva dal basso. Non hanno potuto farlo neanche quando- al termine della manifestazione di Cagliari del dicembre scorso- dei rappresentanti del movimento hanno incontrato Pigliaru per chiedere che Giunta e Consiglio si pronunciassero nettamente per l’indisponibilità della Sardegna alle esercitazioni militari. I promotori hanno parlato significativamente di “ultimatum” alla classe politica regionale: se non fossero venuti incontro al movimento, questo avrebbe dovuto considerarli chiaramente come ostili.

Il Presidente della Regione Francesco Pigliaru ha assunto una sola posizione chiara: la difesa del Poligono di Quirra. Porta questa coerentemente avanti da quando svolgeva l’incarico di prorettore dell’Università di Cagliari- con l’adesione dell’ateneo al progetto del Distretto Aerospaziale della Sardegna, entro cui partecipano diverse società implicate nelle attività belliche- sino al documento di programmazione regionale del 22 luglio 2014, in cui i poligoni militari sono appunto individuati come aree entro cui tale distretto possa realizzarsi. Per il resto, solo letterine di protesta ed idee molto confuse e variate nel tempo: dalla richiesta di chiusura di 1/3 delle servitù, alla chiusura della sola Capo Frasca, alla chiusura di Capo Frasca a Teulada sino ad un accordo insignificante con il sottosegretario alla difesa e all’ottenimento di misure anti-incendio ed infine, la posizione più recente, la richiesta di avviare “una progressiva diminuzione delle aree soggette a vincoli, la graduale dismissione dei poligoni di Capo Frasca e Teulada e la riconversione del poligono interforze di Quirra”. È bene ricordarci del DASS quando si parla di “riconversione” del Poligono; Pigliaru, a dicembre dello scorso anno, parlò esplicitamente di “riconversione in chiave di ricerca duale”, cioè civile e militare.

Per quanto riguarda il Consiglio Regionale, basti pensare che il partito da cui ci si dovrebbe aspettare una maggiore intransigenza- il Partito dei Sardi, che si dice “indipendentista”- ha un presidente che ha recentemente definito importante l’Alleanza Atlantica ed un segretario che, una settimana prima della dimostrazione di Capo Frasca, ha scritto un comunicato ufficiale di sostegno a Pigliaru e di distacco da chi puntava il dito contro di lui. Inoltre, è importante notare che la formazione politica egemone nella maggioranza consiliare è il Partito Democratico. Questo, dal 2008, ha cercato una risoluzione reazionaria della questione militare puntando alla chiusura di Capo Frasca e Teulada ed alla riqualificazione in senso militarista di Quirra (entro cui va inserito il progetto del DASS). Tale posizione è stata, non a caso, definita “Piattaforma Pigliaru” da Mariella Cao, storica militante dell’antimilitarismo sardo, per mettere in guardia tutto il movimento dalle finte soluzioni. Cinque consiglieri del PD (Comandini, Deriu, Cozzolino, Sabatini, Lotto) hanno proposto una mozione in favore del rilancio delle attività dello stesso Poligono Interforze, definito “realtà d’eccellenza in campo europeo”. Non bisogna dimenticare che- a differenza di quanto avviene a livello statale- partiti che dovrebbero essere più ostili alla presenza militare come Sinistra Ecologia e Libertà e Rifondazione Comunista sono alleati del Partito Democratico. Vista la posizione netta del PD in favore dell’occupazione militare, è evidente come i movimenti politici con esso compromessi siano oggettivamente inadeguati a condurre una lotta coerente per la smilitarizzazione dell’isola, al di là delle loro frasi di circostanza.

Nel Parlamento Italiano, i sardi oscillano tra mille contraddizioni. L’anno scorso, deputati e senatori sardi del PD hanno visitato il PISQ di Quirra per dare ad esso sostegno (Ignazio Angioni, Siro Marrocu, Romina Mura, Emanuele Cani); inoltre, i parlamentari Emanuele Cani, Caterina Pes, Giovanna Sanna, Romina Mura, Giampiero Scanu, Siro Marrocu e Francesco Sanna hanno votato in favore dell’equiparazione delle soglie di inquinamento entro i poligoni militari a quelle delle zone industriali (molto più alte). Non sono mancate le contraddizioni entro parlamentari dell’opposizione, malgrado la loro ostentata sensibilità al problema delle servitù: Michele Piras (SEL) e Roberto Cotti (M5S) hanno presentato l’approvazione della legge per l’innalzamento dei limiti d’altezza per l’arruolamento nell’Esercito Italiano come la fine di una discriminazione per i sardi- che luogo comune, quando non vero e proprio complesso di inferiorità del colonizzato, vuole congenitamente bassi, mentre la loro altezza media è già superiore ai suddetti limiti- Piras parlò addirittura di restituzione di “una opportunità lavorativa e di crescita professionale” per i giovani dell’isola e di “prova di una grande sensibilità sociale e di autonomia dagli Stati Maggiori”. La contraddizione sta nell’accettare, di fatto, come legittima la presenza dell’Esercito Italiano nell’isola. Chi non la considera tale di certo non esprimerebbe giubilo nell’ampliare la possibilità che i sardi possano arruolarsi. Ovvio come ciò vanifichi l’espressione “occupazione militare”- sempre rimarcata dal livello popolare della lotta- e faciliti il raggiungimento di una finta soluzione, presentata come la massima raggiungibile anziché come il massimo di ciò che certi soggetti possono proporre dato il proprio livello di compromissione con lo stato di cose presenti.

Tale contraddizione ci serve ad aprire una grande porta sul problema principale di tutti quelli che potremmo chiamare i “falsi amici” della lotta contro le servitù militari: l’incomprensione della questione nazionale sarda.